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L’esposimetro Leningrad (selenio, 1950)

L’esposimetro Leningrad 1 (selenio, 1950)

Non è mio proposito illustrare le questioni più strettamente tecniche legate al funzionamento e all’utilizzazione dell’esposimetro (tipi di lettura ecc…), ma anche una trattazione di taglio storico richiede, per evidenti motivi di comprensibilità, alcune notazioni generali riguardanti le sostanze fotosensibili che sono state via via utilizzate. La prima in ordine di tempo è stato il selenio (Se), elemento chimico di numero atomico 34. Si tratta di un non metallo, tossico, che si presenta in diverse forme (allotropi), di cui una stabile dall’aspetto grigio metallico. Per quel che attiene agli esposimetri ne sono state sfruttate due diverse caratteristiche, quella di possedere una resistenza elettrica inferiore quando è esposto alla luce e quella relativa alle sue proprietà fotovoltaiche, cioè alla sua capacità di trasformare la luce in una debole corrente elettrica. Quest’ultima è stata la più utilizzata per realizzare gli esposimetri prodotti a partire dal 1932/1933 fino a tutti gli anni Cinquanta del Novecento, strumenti costituiti da una fotocellula che genera una corrente elettrica proporzionale alla luce che la colpisce, da un galvanometro (microamperometro) e da un termistore di compensazione della temperatura ambiente. Il galvanometro traduce la corrente in una torsione meccanica a cui è collegato il classico ago indicatore. Per dare risultati sufficientemente affidabili è però necessario che la superficie colpita dalla luce sia abbastanza ampia e quindi il suo impiego è stato ovviamente limitato agli esposimetri non inseriti all’interno delle fotocamere. In alcuni dei primi modelli prodotti la fotocellula al selenio è stata ricoperta da uno schermo in vetro di forma ricurva in modo da aumentare la superficie illuminata e concentrare i raggi luminosi. Leggi il resto di quest’articolo »

Tags: esposimetro, fotocamera, galvanometro, selenio

Henry Jean Louis Le Secq nasce a Parigi il 18 agosto 1818.

Figlio di un uomo politico, compie studi di pittura e scultura lavorando poi negli atelier di vari maestri, tra cui i pittori James Pradier e Paul Delaroche.

In questo ambiente conosce ed entra in contatto con numerosi artisti, tra cui i primi fotografi parigini, ed è in tale contesto che a partire dal 1848 frequenta Gustave Le Gray, apprendendo le tecniche del dagherrotipo e del calotipo.

Fa quindi parte di quel gruppo da cui usciranno numerosi altri fotografi, da Jean Lèon Gérôme a Roger Fenton, all’amico Charles Nègre.

Nel 1851 partecipa alla fondazione della Société Héliographique ed è uno dei cinque fotografi (gli altri sono Hippolyte Bayard, Édouard Baldus, Auguste Mestral e lo stesso Gustave Le Gray) a cui vengono affidate le riprese della Mission Héliographique, iniziativa voluta dalla Commissione Francese dei Monumenti storici per procedere alla catalogazione delle bellezze monumentali della Francia anche in funzione della tutela e del restauro.

La cattedrale di Amiens

La cattedrale di Amiens

A Le Secq viene assegnato il territorio della Champagne, Alsazia e Lorena, Strasburgo, Amiens, Reims e Chartres; lavora con una fotocamera di grande formato dalla quale ottiene negativi su carta di 51 x 74 cm col metodo calotipico di Fox Talbot.

La documentazione più competa che egli produce è relativa alla cattedrale di Amiens, della quale vengono stampate 45 diverse vedute.

Il suo approccio alla fotografia è completamente diverso da quello attivo ed impegnato di Le Gray: è un aristocratico fotoamatore che esprime la sua passione per l’architettura e non a caso, oltre alle immagini riprese nell’ambito della Mission Héliographique, di lui sono rimasti quieti paesaggi, interni e foto di genere still life.

Nella cattedrale di Notre Dame di Reims fotografa la Torre dei Re, quella posta verso sud, stando sulla sommità di un’altra torre; realizza un’immagine nella quale vengono rivelati con estrema nitidezza particolari architettonici e dettagli che normalmente non sono visibili da terra. Leggi il resto di quest’articolo »

Tags: 1851, Auguste Mestral, calotipo, Charles Nègre, dagherrotipo, Édouard Baldus, fotocamera, Fox Talbot, Gustave Le Gray, Henry Jean Louis Le Secq, Hippolyte Bayard, Jean Lèon Gérôme, La Lumière, Paul Delaroche
Una Tudor n° 4 del 1905 circa

Una fotocamera a soffietto Tudor n° 4 del 1905 circa

William Lewis nasce 1791 a Pontypool, Monmouthshire, nel sud del Galles e nel 1831 emigra negli Stati Uniti assieme ai suoi otto figli.

Verso la metà degli anni Quaranta dell’Ottocento (la data non è nota), assieme al figlio maggiore William Henry apre un’attività per la costruzione di fotocamere da dagherrotipo e di altre attrezzature legate al procedimento fotografico dagherrotipico.

Il laboratorio si trova a Manhattan, al 142 di Chatham Square, l’azienda è denominata “W. and W. H. Lewis” e vi lavora anche un secondo figlio, Henry John.

La fotografia evidentemente ha rappresentato una vera occasione di svolta per la famiglia Lewis, se si considera che un terzo figlio, Richard, svolge attività di fotografo mentre la figlia Jennie è sposata con il dagherrotipista Alonzo J. Drummond.

Nel 1851, quando ormai la tecnica messa a punto da Daguerre ha imboccato il viale del tramonto, l’azienda introduce una variante nell’apparecchio da ripresa, applicando un soffietto di stoffa per collegare, mantenendo l’oscurità all’interno, la parte posteriore dove è posizionata la lastra fotosensibile alla parte anteriore dove è fissato l’obiettivo. Leggi il resto di quest’articolo »

Tags: 1851, dagherrotipo, Daguerre, fotocamera, messa a fuoco, soffietto, William Lewis
 
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