La Adox Fotowerke Dr. C. Schleußner GmbH è una delle prime aziende tedesche apparse in seguito alla scoperta della fotografia, dal momento che la sua nascita risale al 1860, nella città di Francoforte, ad opera del dottor Carl Schleußner (Schleussner). Il fondatore è stato un pioniere per quanto riguarda le lastre sensibilizzate per usi fotografici e, secondo alcune fonti, si tratta del più antico produttore a livello industriale di questo genere di materiali. Al di là di classifiche più o meno attendibili è certo che Schleußner inizia la sua attività preparando lastre al collodio umido e la prosegue nel corso della seconda metà del XIX secolo seguendo l’evoluzione dei materiali da ripresa e successivamente da stampa. Sul finire del secolo collabora con il fisico tedesco Wilhelm Conrad Röntgen, lo scopritore del Raggi X, realizzando nella sua azienda le prime lastre per radiografia. Si tratta di un marchio che ha attraversato tutti gli anni eroici della fotografia, mantenendo però sempre le dimensioni dell’impresa di tipo familiare, senza mai espandersi oltre un certo limite, come invece è avvenuto, per esempio, per la connazionale Agfa; la produzione di materiali sensibili per foto e radiografia è la costante che ne accompagna la vita fino al 1934, quando l’azienda esordisce nel settore delle fotocamere. Leggi il resto di quest’articolo »
Leggi i commenti (0)Oscar Gustave Rejlander è stato uno dei personaggi più bizzarri e controversi fra quelli che hanno assistito in prima persona alla scoperta della fotografia, ma soprattutto fra coloro che hanno praticato, sperimentato e vissuto questa nuova forma di espressione.
Nasce in Svezia, probabilmente nel 1813, figlio di uno scalpellino che è anche ufficiale dell’esercito svedese; viene a Roma per studiare arte e a partire dal 1840 si stabilisce nella città inglese di Lincoln.
Si avvicina alla neonata fotografia durante la seconda metà degli anni Quaranta, in circostanze non del tutto chiarite, pare attraverso la conoscenza di uno degli assistenti di William Henry Fox Talbot.
Ciò lo porta ad abbandonare progressivamente la pittura per dedicarsi alla nuova arte ed apre uno studio fotografico a Wolverhampton.
Nel corso dei primi anni Cinquanta apprende la tecnica del collodio umido, iniziando a produrre immagini ancora poco convenzionali per l’epoca, alcune di contenuto esplicitamente erotico, nelle quali sono ritratti anche ragazzi di strada e giovanissime prostitute. Leggi il resto di quest’articolo »
Tags: 1850, Charles Darwin, Charles Lutwidge Dodgson, collodio umido, Julia Margaret Cameron, Lewis Carroll, Oscar Gustave Rejlander, regina Vittoria, The Two Ways of Life, William Henry Fox TalbotAlphonse Bernoud nasce in Francia, a Meximieux, nei pressi di Lione, il 4 febbraio 1820 ed è uno dei primi ad avvicinarsi alla fotografia, iniziando a praticare la tecnica dagherrotipica nei mesi immediatamente successivi all’annuncio della scoperta.
Il suo vero nome è in realtà Jean Baptiste, in famiglia e dagli amici intimi viene invece confidenzialmente chiamato Alphonse.
E’ in Italia già nel 1841 in quanto è documentato un suo dagherrotipo eseguito in quell’anno a Sanremo; frequenta infatti la costa ligure operando come fotografo ambulante.
Nel 1845 sul giornale genovese “Corriere Mercantile” appare una inserzione di tipo pubblicitario con la quale Bernoud annuncia di essere … de passage in cette ville pour quelque temp … e non solo di eseguire ritratti con il metodo inventato da Daguerre, ma di colorarli secondo una tecnica messa a punto da lui stesso; il costo di un’immagine è di 5 franchi e il suo recapito è in Strada Scurreria Palazzo Pallavicini.
Al pari di molti altri fotografi francesi, inglesi e tedeschi, arriva in Italia spinto soprattutto dal fatto che il nostro paese è un mercato molto appetibile e redditizio dove i praticanti di questa nuova attività non abbondano. Leggi il resto di quest’articolo »
Tags: 1841, albumina, Alphonse Bernoud, collodio secco, collodio umido, dagherrotipo, Daguerre, foto stereoscopica, Fox Talbot
Carte de visite che ritrae lo stesso Disderi
André Adolphe Eugène Disderi è probabilmente il personaggio più singolare e caratteristico tra i fotografi del XIX secolo.
Per certi versi è la figura rappresentativa di quella particolare atmosfera di eccitazione creatasi intorno alla fotografia nei primissimi anni dopo l’annuncio della scoperta, quando la nuova forma di espressione passa rapidamente da sperimentazione chimica ad arte, a mania collettiva, a business.
Di origini italiane, nasce a Parigi il 28 marzo 1819 e si dedica fin da giovane ad innumerevoli attività di vario genere, tutte accomunate da una scarsa fortuna, dovuta probabilmente al fatto che l’intraprendenza che egli dimostra nell’impiantarle non è accompagnata da una identica abilità nel condurle a buon fine.
Dopo alcuni fallimenti si avvicina alla fotografia proveniente dalla pittura, una delle arti in cui si è cimentato, e nel 1854 apre uno studio al n° 8 di Boulevard des Italiens richiedendo contemporaneamente il brevetto per una sua invenzione in campo fotografico, la “carte de visite”.
L’idea probabilmente non è tutta farina del suo sacco, in quanto secondo il giornale parigino dell’epoca La Lumière, nello stesso anno due fotografi parigini, dilettanti di rango, avevano già avuto l’idea di aggiungere un piccolo ritratto ai biglietti da visita rendendoli in tal modo più personali e preziosi.
In ogni caso Disderi ottiene il brevetto, dando inizio ad una moda che incontra immediatamente un successo straordinario e inarrestabile.
Il motivo per cui questo genere di ritratto deve essere brevettato è legato alle modalità con cui avviene la ripresa fotografica, soprattutto per quanto riguarda l’attrezzatura; la fotocamera per carte de visite è infatti dotata di quattro obiettivi, che in un secondo tempo diventeranno otto o anche dodici, attraverso i quali su di un’unica lastra possono essere riprese quattro, otto o dodici pose, uguali oppure diverse fra loro, sia dello stesso soggetto che di soggetti diversi. Leggi il resto di quest’articolo »
Tags: 1854, André Adolphe Eugène Disdéri, carte de visite, collodio umido, Nadar, Pierre Petit
Jonathan Fallowfield è un personaggio poco noto nella storia della fotografia, ma la sua figura non va dimenticata in quanto, al pari di altri, ha contribuito in maniera rilevante alla diffusione della nuova scoperta, avendone compreso da subito l’enorme potenziale.
Nasce a Londra nel 1835 e dopo aver ottenuto una specializzazione come chimico, nel 1856 dà avvio ad un’attività commerciale per la vendita di prodotti legati ai trattamenti dei materiali sensibili per fotografia e fonda la Jonathan Fallowfield & Co.
Non sono note le caratteristiche precise della sua attività, è certo che negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta del XIX secolo si occupa della vendita di fotocamere e dei prodotti per effettuare riprese al collodio umido e successivamente al collodio secco.
Il suo business è descritto come vendita di “Boxes for slides”, “Photographic Chemicals”, “Dealer and Maker of Optical Lanterns”. Leggi il resto di quest’articolo »
Tags: 1856, Bausch & Lomb, carte de visite, collodio secco, collodio umido, Dallmeyer, Facile, Goerz, Jonathan Fallowfield, The FallorollDurante gli anni in cui si stavano realizzando i primi esperimenti volti al superamento delle lastre al collodio umido, era stata valutata da alcuni non solo la possibilità di superare il problema rappresentato dal dover preparare le lastre immediatamente prima di usarle, ma anche di sostituire il collodio come elemento di supporto dell’emulsione fotosensibile ai sali d’argento.
I tentativi in questo senso avevano avuto un momento di stasi dopo il 1855, sia a seguito della messa a punto delle lastre al collodio secco da parte di Jean Marie Taupenot, sia perché le prove fino ad allora effettuate non sembravano dare buon esito.
Già verso il 1850 Pointevin aveva tentato di sostituire il collodio con gelatina di origine animale, ma il sostanziale insuccesso a cui era andato incontro lo aveva indotto a desistere; erano trascorsi parecchi anni prima che nel 1868 l’inglese W.H. Harrison pubblicasse sul The British Journal of Photography un breve articolo intitolato “La filosofia delle lastre asciutte”, una anticipazione di un suo esperimento parzialmente riuscito con bromoioduro d’argento col quale aveva sensibilizzato uno strato di gelatina. Leggi il resto di quest’articolo »
Tags: 1871, bromuro d’argento, collodio secco, collodio umido, Frederick Scott Archer, gelatina, Jean Marie Taupenot, Richard Leach Maddox
Porretta Terme nel 1861 circa. Stampa all'albumina da lastra al collodio
Fin dall’introduzione del procedimento al collodio umido emerge la necessità di mettere a punto una variante che non obblighi i fotografi a sensibilizzare le lastre immediatamente prima dell’utilizzo, ciò per gli evidenti motivi di scomodità e di disagio che tale pratica comporta.
L’elemento positivo che caratterizza le “wet plates” è la notevole sensibilità, conferita loro proprio dal fatto di essere utilizzate ancora umide, e quindi il principale fattore di negatività del renderle asciutte appare immediatamente legato alla perdita di rapidità dell’emulsione con il conseguente allungamento dei tempi di ripresa.
Il superamento delle lastre umide avviene quindi attraverso tutta una serie di procedimenti successivi, genericamente definiti “al collodio secco” ognuno dei quali presenta proprie specificità e varianti. Leggi il resto di quest’articolo »
Tags: 1851, albumina, collodio, collodio secco, collodio umido, Jean Marie Taupenot, nitrato di argentoRoger Fenton nasce a Heywood, Gran Bretagna, il 20 marzo 1829.
Nel 1841, ancora giovanissimo, si reca a Parigi per studiare diritto e fare pratica di pittura presso l’atelier del pittore Paul Delaroche, dove, fra gli altri artisti ed allievi che lo frequentano, conosce anche il futuro fotografo Gustave Le Gray.
Negli anni successivi, fino al 1851, effettua numerosi viaggi e soggiorni a Parigi imparando le tecniche fotografiche e specializzandosi tanto da decidere di intraprendere l’attività di fotografo.
Nel 1852 si reca in Russia dove esegue numerose riprese fotografiche, sia relative alla costruzione di un ponte sospeso sul fiume Dniepr, sia nelle città di Kiev, Mosca e San Pietroburgo.
Nel 1853 è già un fotografo affermato in Gran Bretagna, fonda la Royal Photographic Society e dall’anno successivo comincia ad eseguire dei ritratti della famiglia reale inglese.
E’ in virtù del suo impegno presso la Royal Photographic Society che nel 1854 avrà l’incarico di fotografo ufficiale della guerra di Crimea, diventando in tal modo il primo reporter di guerra della storia della fotografia. Leggi il resto di quest’articolo »
Tags: 1855, collodio umido, Felice Beato, guerra di Crimea, Gustave Le Gray, James Robertson, Paul Delaroche, Roger Fenton, Royal Photographic Society, sali d'argento
Ambrotipo inglese del 1860 circa
James Ambrose Cutting (1814 – 1867) è stato un fotografo ed un inventore americano, nato ad Havershill, nello stato del New Hampshire.
Trascorre la giovinezza in condizioni di povertà, fino a quando, nel 1842, con il denaro guadagnato per l’invenzione di un nuovo tipo di alveare, può trasferirsi a Boston.
Nel 1854, con tre distinti brevetti, egli protegge una sua tecnica per produrre immagini fotografiche positive su lastre di vetro al collodio umido (Patent Numbers 11,213 – 11,266 – 11,267: Awarded to James Ambrose Cutting of Boston, Massachusetts for creating collodion positive photographs on glass).
Di certo quindi è Cutting colui al quale va ascritta la paternità del metodo per produrre quel particolare tipo di immagine positiva diretta che sarà chiamato “ambrotipo”, anche se molte fonti sostengono che l’idea iniziale di un tale tipo di utilizzo del negativo al collodio era stata dell’inventore stesso di tale procedimento, cioè Frederick Scott Archer, fin dal 1852. Leggi il resto di quest’articolo »
Tags: 1854, ambrotipo, carte de visite, collodio umido, dagherrotipo, ferrotipo, Frederick Scott Archer, James Ambrose Cutting, nitrato d’argento, tintype
Ritratto di Frederick Scott Archer
Frederick Scott Archer nasce nel 1813 a Bishop’s Stortford, Gran Bretagna.
Trasferitosi a Londra, diventa scultore e si avvicina alla fotografia in quanto è il sistema migliore per riprendere le immagini dei suoi soggetti.
Insoddisfatto della qualità dei risultati ottenuti con il metodo di Fox Talbot a causa della insufficiente nitidezza e del basso contrasto, inizia a sperimentare un nuovo metodo di sensibilizzazione delle lastre, nel tentativo di coniugare la finezza del dagherrotipo con la praticità del calotipo e mantenendo quindi la possibilità di stampare più copie dallo stesso negativo.
Questo nuovo procedimento viene messo a punto già verso il 1848, ma è ufficializzato soltanto nel 1851 mediante la pubblicazione di un articolo sul numero di “The Chemist”, del marzo di quell’anno.
Le operazioni di sensibilizzazione iniziano stendendo sulla lastra di vetro un prodotto che sia in grado di farvi aderire l’elemento fotosensibilie.
Questo prodotto è il cotone collodio o binitrocellulosa, cioè un composto di nitrocellulosa e di azoto, quest’ultimo nella percentuale di circa il 12%; si presenta come una sostanza dalla consistenza viscosa dotata però di un aspetto perfettamente limpido e trasparente.
In certi casi, in alternativa al cotone collodio, è usato il fulmicotone o trinitrocellulosa o cotone fulminante, che tra l’altro è una sostanza altamente infiammabile ed esplosiva, tanto che nel linguaggio comune, la locuzione “al fulmicotone” sta ad indicare un evento o un’azione che si verifica in tempi rapidissimi e/o con improvvisa violenza. Leggi il resto di quest’articolo »
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