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	<title>Storia della fotografia - itinerario tra fatti, personaggi,  attrezzature e curiosità &#187; Ottica</title>
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	<description>Itinerario tra fatti, personaggi,  attrezzature e curiosità che hanno fatto la storia della fotografia nel mondo.</description>
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		<title>Il Sonnar</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 11:02:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Assanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gli schemi ottici]]></category>
		<category><![CDATA[1931]]></category>
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		<category><![CDATA[tripletto di Cooke]]></category>
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La realizzazione di questo schema ottico rappresenta uno dei punti di arrivo del percorso progettuale che Ludwig Bertele aveva iniziato già a partire dal 1920 quando, alle dipendenze della Heinrich Ernemann Aktiengesellschaft, aveva messo a punto la sua prima ottica di portata storica con la realizzazione dell’Ernostar. Nel 1926, quando la Ernemann va a confluire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<div id="attachment_4252" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2011/12/ernostar.jpg"><img class="size-medium wp-image-4252 " title="ernostar" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2011/12/ernostar-300x299.jpg" alt="La seconda versione dell’Ernostar (da R Kingslake, A History of the Photographic Lens)" width="300" height="299" /></a><p class="wp-caption-text">La seconda versione dell’Ernostar (da R Kingslake, A History of the Photographic Lens)</p></div>
<p>La realizzazione di questo schema ottico rappresenta uno dei punti di arrivo del percorso progettuale che <strong>Ludwig Bertele</strong> aveva iniziato già a partire dal 1920 quando, alle dipendenze della <strong>Heinrich <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/ernemann/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Ernemann">Ernemann</a> Aktiengesellschaft,</strong> aveva messo a punto la sua prima ottica di portata storica con la realizzazione dell’<strong>Ernostar</strong>. Nel 1926, quando la <strong><a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/ernemann/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Ernemann">Ernemann</a></strong> va a confluire nel colosso industriale <strong><a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/zeiss-ikon/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Zeiss Ikon">Zeiss Ikon</a>,</strong> Bertele passa naturalmente alle dipendenze di quest’ultimo, prima nella città di<strong> <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/jena/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Jena">Jena</a></strong> e successivamente a <strong><a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/dresda/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Dresda">Dresda</a></strong> dove stabilisce il proprio studio presso gli stabilimenti che erano stati sede della <strong><a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/ica/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con ICA">ICA</a></strong>; a titolo di cronaca va ricordato che egli, pur giovanissimo essendo nato nel 1900, è già uno dei più titolati progettisti in campo ottico fotografico a livello mondiale. Nel 1930 inizia a progettare un nuovo schema ottico, ripartendo ancora una volta dal vecchio <strong>Tripletto di Cooke, </strong>cercando di sviluppare ulteriormente i principi costruttivi che avevano portato al <strong><a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/tessar/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Tessar">Tessar</a></strong> di <strong>Paul Rudolph</strong> ma soprattutto alla seconda versione del suo <strong>Ernostar</strong>. <span id="more-4246"></span></p>
<p>Nel giro di un anno appare il primo progetto di un nuovo schema ottico che viene battezzato <strong>Sonnar</strong>, la cui derivazione dal tedesco “Sonne” (sole) vuole essere un evidente riferimento ad un obiettivo molto luminoso, che in effetti presenta un valore di apertura massima di f/2. E’ composto da sei lenti in tre gruppi e la sua derivazione dalla seconda versione dell’<strong>Ernostar</strong> è più che evidente: la lente frontale è sostanzialmente identica, lo spesso gruppo negativo centrale è molto simile, il terzo e quarto gruppo dell’Ernostar risultano cementati con la conseguente eliminazione di due superfici aria-vetro e il piano del diaframma si è spostato in avanti.</p>
<div id="attachment_4254" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2011/12/sonnar.jpg"><img class="size-medium wp-image-4254 " title="sonnar" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2011/12/sonnar-300x105.jpg" alt="Le due versioni del Sonnar (da R Kingslake, A History of the Photographic Lens)" width="300" height="105" /></a><p class="wp-caption-text">Le due versioni del Sonnar (da R Kingslake, A History of the Photographic Lens)</p></div>
<p>Dopo un anno ne viene brevettata una seconda versione, nella quale è stato modificato il gruppo cementato posteriore, che si presenta composto da una grossa lente centrale che ne separa altre due: queste ultime sono caratterizzate da una piccola differenza relativa all’indice di rifrazione. Si tratta di una soluzione che interviene in maniera decisiva sull’aberrazione sferica, così come richiesto in un obiettivo con un’apertura massima relativa molto alta, tanto che questa seconda versione presenta un’apertura massima di f/1.5. Le aberrazioni ottiche del Sonnar sono comunque superiori a quelle del <strong>Planar</strong>, ma il minor numero di superfici aria-vetro lo rende di fatto più incisivo e meno soggetto ai fenomeni di interriflessione, mentre nel confronto col <strong><a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/tessar/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Tessar">Tessar</a></strong> appare di livello superiore per quanto riguarda la correzione dell’aberrazione cromatica. Il <strong>Sonnar</strong> a sette lenti fornisce quindi risultati eccellenti, è l’ottica con la quale vengono realizzati tre teleobiettivi per la <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/contax/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Contax">Contax</a>, la fotocamera 35 mm che la Zeiss presenta nel 1932 come risposta commerciale alla <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/leica/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Leica">Leica</a>, dotandola di uno strepitoso corredo di dieci ottiche intercambiabili. Nel 1936, in occasione dello svolgimento dei giochi olimpici in Germania (giochi invernali a Garmisch e olimpiade di Berlino), viene affidato a Bertele il compito di produrne un modello particolare per le riprese fotografiche delle gare; per questi eventi sportivi egli metterà a punto l’<strong>Olympia Sonnar</strong> da 180 mm con apertura f/2.8, uno strumento rivoluzionario per l’epoca, che sarà utilizzato in primo luogo da <strong>Leni Riefensthal</strong>, la regista/fotografa del regime nazista.</p>
<p><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2011/12/foto.jpg"><img class="size-medium wp-image-4258 alignleft" title="foto" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2011/12/foto-225x300.jpg" alt="foto" width="225" height="300" /></a></p>
<p>Il valore di luminosità di questa ottica e il risultato che è in grado di fornire anche ai valori massimi di apertura la rendono un effettivo punto di svolta per quanto riguarda la possibilità di riprendere soggetti in movimento; a questo riguardo va aggiunto che, trattandosi di uno schema non compatibile per le sue caratteristiche costruttive con le corte lunghezze focali, la sua rilevanza è ancora maggiore in quanto consente la costruzione di focali medio-lunghe (85 mm, 135 mm, …), cioè i classici teleobiettivi dedicati alle foto d’azione e di reportage. Lo schema Ernostar/Sonnar è stato ripreso da altri costruttori, a volte come base di progettazione e in alcuni casi per la produzione di vere e proprie copie.</p>
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		<title>Gli obiettivi R.O.J.A.</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Oct 2010 12:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Assanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Emil Bush AG]]></category>
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		<category><![CDATA[1925]]></category>
		<category><![CDATA[aberrazione sferica]]></category>
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		<description><![CDATA[A partire dal 1900 la Emil Busch AG di Rathenow mette in produzione una serie di ottiche marcate R.O.J.A. acronimo riferibile probabilmente a “Rathenower Optische Institute”.
L’esemplare fotografato porta il marchio Busch’s Rapid Aplanat N° 2 &#8211; Foc. 8 ins &#8211; R.O.J.A. vorm Emil Busch. Rathenow.
Il termine “aplanat” fa riferimento ad un obiettivo in grado di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2639" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/10/Foto-12.JPG"><img class="size-medium wp-image-2639 " title="Foto 1" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/10/Foto-12-300x227.jpg" alt="L’obiettivo R.O.J.A." width="300" height="227" /></a><p class="wp-caption-text">L’obiettivo R.O.J.A.</p></div>
<p>A partire dal 1900 la <strong>Emil Busch AG</strong> di Rathenow mette in produzione una serie di ottiche marcate R.O.J.A. acronimo riferibile probabilmente a “Rathenower Optische Institute”.</p>
<p>L’esemplare fotografato porta il marchio <em><strong>Busch’s Rapid Aplanat N° 2 &#8211; Foc. 8 ins &#8211; R.O.J.A. vorm Emil Busch. Rathenow.</strong></em></p>
<p>Il termine “aplanat” fa riferimento ad un obiettivo in grado di correggere l’aberrazione sferica, così che “Rapid Aplanat” non è altro che una diversa denominazione di quello che è più comunemente definito “<strong><a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/rapid-rectilinear/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Rapid Rectilinear">Rapid Rectilinear</a></strong>”.</p>
<p>Si tratta quindi dello schema ottico che nel 1866 viene messo a punto, indipendentemente uno dall’altro, dall’inglese<strong> John Henry Dallmeyer</strong> e dal tedesco <strong>Hugo Adolph von Steinheil</strong>: il primo lo chiama appunto <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/rapid-rectilinear/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Rapid Rectilinear">Rapid Rectilinear</a>, il secondo invece obiettivo aplanatico.</p>
<p>Lo schema si compone di quattro lenti in due gruppi, simmetrici di segno opposto, separati dal piano del diaframma; l’apertura massima deve essere abbastanza ridotta (di solito f/8 e in pochi casi anche f/6) proprio per correggere a sufficienza l’aberrazione sferica.<span id="more-2635"></span></p>
<div id="attachment_2640" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/10/Foto-21.JPG"><img class="size-medium wp-image-2640 " title="Foto 2" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/10/Foto-21-300x157.jpg" alt="I due gruppi ottici smontati" width="300" height="157" /></a><p class="wp-caption-text">I due gruppi ottici smontati</p></div>
<p>Questo schema ha avuto un successo eccezionale, monopolizzando il mercato per almeno trent’anni e continuando ad essere costruito in milioni di esemplari anche dopo lo sviluppo degli altri schemi ottici storici quali il <strong><a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/tessar/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Tessar">Tessar</a></strong>, il <strong>Planar</strong> o l’Heliar.</p>
<p>Gli ultimi <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/rapid-rectilinear/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Rapid Rectilinear">Rapid Rectilinear</a> sono stati realizzati all’inizio degli anni Trenta del Novecento.</p>
<p>Questo esemplare di R.O.J.A. non è databile se non in maniera molto approssimativa, ma di certo è stato costruito fra il 1900 e il 1910, anno in cui la sua produzione cessa; la collaborazione commerciale esistente all’epoca fra la Emil Busch AG e la S<strong>chott und Genossen</strong> di<strong> <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/jena/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Jena">Jena</a></strong> fa ragionevolmente ritenere che le lenti siano costruite con il vetro ottico dell’azienda condotta da <strong>Otto Schott</strong>, appartenente al gruppo di imprese allora controllate dalla <strong>Fondazione <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/carl-zeiss/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Carl Zeiss">Carl Zeiss</a></strong>.</p>
<p><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/10/Foto-31.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2642" title="Foto 3" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/10/Foto-31-250x300.jpg" alt="Foto 3" width="250" height="300" /></a>L’obiettivo è interamente costruito in ottone, misura 40 mm di lunghezza (paraluce escluso) e il diametro delle lenti è di mm 25.</p>
<p>I valori del diaframma a iride sono <strong>f/8, f/11, f/16, f/22, f/32, f/45, f/64</strong>.</p>
<p>La lunghezza focale è di 8 inch, cioè 200 mm.</p>
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		<title>L’obiettivo Anytar</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 20:07:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Assanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gli schemi ottici]]></category>
		<category><![CDATA[Nippon Kōgaku: la Nikon]]></category>
		<category><![CDATA[1925]]></category>
		<category><![CDATA[Anytar]]></category>
		<category><![CDATA[Compur]]></category>
		<category><![CDATA[Dagor]]></category>
		<category><![CDATA[Friedrich Deckel]]></category>
		<category><![CDATA[Heinrich Acht]]></category>
		<category><![CDATA[Hermann Dillmann]]></category>
		<category><![CDATA[Nikkor]]></category>
		<category><![CDATA[Nippon Kōgaku Kōgyō K. K.]]></category>
		<category><![CDATA[Tessar]]></category>
		<category><![CDATA[tripletto di Cooke]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel panorama dei numerosi obiettivi derivati dallo schema ottico Tessar, l’Anytar occupa certamente un posto di rilievo in quanto rappresenta il diretto progenitore di una delle ottiche più note della storia della fotografia: il Nikkor.
La sua costruzione è legata ai tecnici tedeschi che nei primi anni Venti del secolo scorso operano presso la Nippon Kōgaku [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2444" class="wp-caption alignleft" style="width: 175px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/07/Foto-11.jpg"><img class="size-full wp-image-2444 " title="Foto 1" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/07/Foto-11.jpg" alt="L’agenda di Kagorō Yoshihashi" width="165" height="209" /></a><p class="wp-caption-text">L’agenda di Kagorō Yoshihashi</p></div>
<p>Nel panorama dei numerosi obiettivi derivati dallo schema ottico <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/tessar/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Tessar">Tessar</a>, l’Anytar occupa certamente un posto di rilievo in quanto rappresenta il diretto progenitore di una delle ottiche più note della storia della fotografia: il Nikkor.</p>
<p>La sua costruzione è legata ai tecnici tedeschi che nei primi anni Venti del secolo scorso operano presso la Nippon Kōgaku Kōgyō K. K. al fine di trasmettere il know-how necessario ad avviare la produzione della neonata azienda, fondata a Tokio nel 1917.</p>
<p>Fra questi tecnici il posto di maggiore rilievo è occupato da Heinrich Acht, che svolge il ruolo di guida e coordinamento del team progettuale del quale entreranno gradualmente a far parte anche ingegneri giapponesi; direttamente interessato al progetto è certamente anche il collega di Acht Hermann Dillmann, di cui rimangono appunti del 1926 nei quali si fa riferimento all’Anytar da 107 mm.</p>
<p>Le focali individuate a livello di prototipo sono sette, studiate per fotocamere di formato medio/grande (6 x 9 o 9 x 12) e vanno da un grandangolo da 75 mm ad un tele da 360 mm, passando per un 105 mm, un 107 mm, un 120 mm, un 150 mm e un 180 mm.<span id="more-2440"></span></p>
<p>All’epoca la principale finalità dell’azienda è quella di produrre obiettivi per riprese aeree e ciò spiega la tendenza ad orientarsi verso le lunghe focali.</p>
<p>L’evoluzione di questo progetto è documentata da un’agenda contenente gli appunti di Kagorō Yoshihashi, l’ingegnere giapponese che raccoglie l’eredità dei tecnici tedeschi e che sviluppa poi in prima persona alcuni Anytar di diversa focale, come per esempio quello da 105 mm.</p>
<p>Il manoscritto porta il titolo di “Obiettivi fotografici, Maggio 1930” e raccoglie i dati tecnici relativi a ventisette schemi ottici, inclusi il Tripletto di Cooke, il <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/tessar/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Tessar">Tessar</a> e il <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/dagor/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Dagor">Dagor</a>.</p>
<div id="attachment_2445" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/07/Foto-21.jpg"><img class="size-medium wp-image-2445 " title="Foto 2" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/07/Foto-21-300x121.jpg" alt="A sinistra lo schema Anytar, a destra il Tessar" width="300" height="121" /></a><p class="wp-caption-text">A sinistra lo schema Anytar, a destra il <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/tessar/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Tessar">Tessar</a></p></div>
<p>La costruzione vera e propria ha inizio nel 1929, quando tutti i tecnici tedeschi sono rientrati in patria, ma non si tratta ancora di una produzione di serie e non è noto il numero di Anytar effettivamente assemblati.</p>
<p>Si tratta di obiettivi praticamente introvabili, tanto che la stessa Nikon ne conserva soltanto due esemplari nel proprio archivio storico; sono entrambi montati su otturatori <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/compur/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Compur">Compur</a> della <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/friedrich-deckel/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Friedrich Deckel">Friedrich Deckel</a>, uno è un prototipo, l’altro è marcato &#8220;Anytar&#8221; e &#8220;Nippon Kogaku Tokyo&#8221;.</p>
<p>Verso il 1937 un certo numero di Anytar della prima serie viene venduto ai dipendenti ad un prezzo scontato.</p>
<p>Dal 1932 è in produzione la versione commerciale che nel frattempo ha assunto il nome di Nikkor.</p>
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		<title>La lente di Fresnel</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 15:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Assanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'inquadratura e la messa a fuoco]]></category>
		<category><![CDATA[1818]]></category>
		<category><![CDATA[Augustin Jean Fresnel]]></category>
		<category><![CDATA[diffrazione]]></category>
		<category><![CDATA[interferenza]]></category>
		<category><![CDATA[lente di Fresnel]]></category>
		<category><![CDATA[messa a fuoco]]></category>
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		<category><![CDATA[rifrazione]]></category>

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		<description><![CDATA[In ambito strettamente fotografico la notorietà del fisico francese Augustin Jean Fresnel (1788 – 1827) è alquanto modesta, legata pressoché esclusivamente ad un particolare tipo di lente, detta appunto “di Fresnel”, utilizzata a partire dalla metà del XX secolo negli schermi di  messa a fuoco delle fotocamere di medio formato e 35 mm.
La sua figura [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2407" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/06/Foto-15.jpg"><img class="size-medium wp-image-2407 " title="Foto 1" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/06/Foto-15-230x300.jpg" alt="Augustin Jean Fresnel" width="230" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Augustin Jean Fresnel</p></div>
<p>In ambito strettamente fotografico la notorietà del fisico francese Augustin Jean Fresnel (1788 – 1827) è alquanto modesta, legata pressoché esclusivamente ad un particolare tipo di lente, detta appunto “di Fresnel”, utilizzata a partire dalla metà del XX secolo negli schermi di  messa a fuoco delle fotocamere di medio formato e 35 mm.</p>
<p>La sua figura è invece di grande rilevanza in campo ottico, in quanto a lui si devono gli strumenti matematici (integrali di Fresnel) attraverso i quali negli anni 1815-1819 egli stesso formulò una teoria in grado di spiegare i fenomeni ottici di riflessione, rifrazione, interferenza e diffrazione.</p>
<p>All’epoca ottenne grandi riconoscimenti per i suoi meriti scientifici, fu membro dell&#8217;Accademia delle Scienze di Parigi e della Royal Society di Londra dalla quale fu anche premiato con la Rumford Medal.</p>
<p>L’uso fotografico della lente di Fresnel ha inizio verso il 1948-1950 ad opera dei progettisti della Hasselblad, che pensano di sfruttarne le caratteristiche per rendere più luminoso lo schermo di messa  a fuoco della fotocamera che stanno progettando.<span id="more-2404"></span></p>
<p>Da un punto di vista tecnico la lente di Fresnel è il risultato del frazionamento di una lente sferica in una serie di sezioni anulari concentriche: ogni sezione presenta un’adeguata curvatura, ma poiché le curvature non sono contigue lo spessore risultante è estremamente limitato rispetto a quello di una lente di eguale potere diottrico costruita nella maniera tradizionale.</p>
<div id="attachment_2408" class="wp-caption alignright" style="width: 227px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/06/Foto-23.jpg"><img class="size-medium wp-image-2408 " title="Foto 2" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/06/Foto-23-217x300.jpg" alt="A sinistra la sezione trasversale di una lente di Fresnel positiva, a destra quella di una lente tradizionale di uguale potere diottrico (da Wikipedia)" width="217" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">A sinistra la sezione trasversale di una lente di Fresnel positiva, a destra quella di una lente tradizionale di uguale potere diottrico (da Wikipedia)</p></div>
<p>Per potere diottrico si intende l’entità della convergenza indotta da una lente su un raggio luminoso, cioè la capacità di modificare la direzione dei raggi di luce che vi entrano e di focalizzarli per formare un’immagine; la sua unità di misura è la diottria.</p>
<p>La lente di Fresnel è quindi un condensatore molto compatto nel quale i cerchi concentrici sono realizzati in modo di risultare ciascuno la sezione di una superficie convessa “complessiva”.</p>
<p>In origine la lente di Fresnel trova impiego nei fari per navigazione al fine di potenziare il più possibile il fascio di luce emesso, spesso in concomitanza con l’uso di prismi ottici studiati con la stessa finalità.</p>
<p>Lenti realizzate con il medesimo sistema sono anche usate nei piani di proiezione per lucidi, negli illuminatori da studio oppure nei fari delle automobili.</p>
<p>Per quanto riguarda gli schermi di messa a fuoco delle fotocamere è evidente il vantaggio  determinato dall’uso di una lente di questo tipo, con la quale può essere ottenuto un maggiore livello di luminosità pur mantenendo un ingombro estremamente ridotto.</p>
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		<title>Il balsamo del Canada</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 14:03:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Assanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gli schemi ottici]]></category>
		<category><![CDATA[1830]]></category>
		<category><![CDATA[aberrazioni ottiche]]></category>
		<category><![CDATA[balsamo del Canada]]></category>
		<category><![CDATA[Charles Chevalier]]></category>
		<category><![CDATA[doppietto acromatico]]></category>
		<category><![CDATA[schemi ottici]]></category>
		<category><![CDATA[vetro crown]]></category>

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		<description><![CDATA[Spesso, parlando di schemi ottici, si fa riferimento a lenti “incollate” o “cementate” fra di loro allo scopo di eliminare o ridurre aberrazioni ottiche e/o per ovviare agli effetti di interriflessione tipici dei contatti aria/vetro.
L’incollaggio delle lenti è attualmente realizzato mediante adesivi poliesterici, epossidici e poliuretanici, ma fino al periodo precedente la Seconda Guerra Mondiale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2163" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/04/Carl-Zeiss-Protar.jpg"><img class="size-medium wp-image-2163 " title="Carl Zeiss Protar" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/04/Carl-Zeiss-Protar-300x243.jpg" alt="Il Protar della Carl Zeiss, due doppietti di lenti incollate (da R Kingslake, A History of the Photographic Lens)" width="300" height="243" /></a><p class="wp-caption-text">Il Protar della <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/carl-zeiss/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Carl Zeiss">Carl Zeiss</a>, due doppietti di lenti incollate (da R Kingslake, A History of the Photographic Lens)</p></div>
<p>Spesso, parlando di schemi ottici, si fa riferimento a lenti “incollate” o “cementate” fra di loro allo scopo di eliminare o ridurre aberrazioni ottiche e/o per ovviare agli effetti di interriflessione tipici dei contatti aria/vetro.</p>
<p>L’incollaggio delle lenti è attualmente realizzato mediante adesivi poliesterici, epossidici e poliuretanici, ma fino al periodo precedente la Seconda Guerra Mondiale tale operazione veniva effettuata con un prodotto naturale chiamato <strong>balsamo del Canada</strong>.</p>
<p>Il balsamo del Canada (o trementina del Canada) è un prodotto ricavato da una oleoresina naturale prodotta dall’abete balsamico (<em>Abies balsamea</em>), essenza tipica del Nord America, che si presenta in natura come un liquido chiaro, dal colore giallo pallido tendente al verde, dotato di una lieve fluorescenza; questo prodotto, opportunamente purificato, produce una sostanza liquida incolore viscosa e adesiva, che seccando diventa una massa trasparente.<span id="more-2159"></span></p>
<p>La sua caratteristica peculiare è di possedere un indice di rifrazione della luce (n = 1,530) simile a quello del vetro Crown e per tale motivo è una sostanza in grado di non incidere sulla trasparenza; il suo uso come adesivo per vetri, lenti e strumenti ottici è quindi precedente alla scoperta della fotografia, soprattutto per quanto riguarda la microscopia e la relativa preparazione dei vetrini, nonché come prodotto in grado di inglobare campioni da laboratorio.</p>
<p>L’incollaggio delle lenti col balsamo era una operazione abbastanza delicata e complessa: le due parti venivano perfettamente pulite e quindi riscaldate ad una temperatura piuttosto elevata in modo da far sì che il collante potesse mantenere un elevato grado di fluidità a contatto del vetro.</p>
<p>Al centro di una delle lenti (di solito quella concava) veniva fatta cadere una quantità sufficiente di balsamo del Canada, vi si applicava sopra la lente convessa mantenendo le due parti premute con forza fino a che il collante non avesse occupato tutta la superficie di contatto fino a sbavare lungo i bordi.</p>
<p>L’asciugatura dell’incollaggio avveniva in due fasi, prima in ambiente leggermente riscaldato e poi all’aria, in temperatura ambiente.</p>
<p>La pulitura delle sbavature avveniva con il benzolo, prodotto in grado di sciogliere le gocce di balsamo fuoriuscite dai bordi delle lenti.</p>
<p>Per quanto riguarda la fotografia il primo sistema ottico in cui appaiono lenti incollate è il doppietto acromatico convergente progettato da Charles Chevalier nella seconda metà degli anni Venti del XIX secolo.</p>
<p>Il prodotto è ancora in commercio, utilizzato sia come collante (gioielleria, industria cartaria, arti grafiche, restauro, …) nonché in farmacologia, cosmesi e nella preparazione di vernici.</p>
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		<title>L’Ernostar</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 13:41:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Assanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gli schemi ottici]]></category>
		<category><![CDATA[1923]]></category>
		<category><![CDATA[Charles C. Minor]]></category>
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		<category><![CDATA[Erich Salomon]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel 1920 Ludwig Bertele, appena assunto alla Heinrich Ernemann Aktiengesellschaft di Dresda inizia a progettare uno schema ottico con l’intento di realizzare un obiettivo molto luminoso.
Nonostante sia giovanissimo (essendo nato nel 1900) e senza esperienza nel settore, nel giro di tre anni porta a compimento un lavoro eccellente, che si concretizzerà nella costruzione dell’Ernostar.
Il punto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2156" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/04/Foto-18.jpg"><img class="size-medium wp-image-2156 " title="Foto 1" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/04/Foto-18-300x130.jpg" alt="Da sinistra il Tripletto di Cooke e il Gundlach Ultrastigmat (da R Kingslake, A History of the Photographic Lens)" width="300" height="130" /></a><p class="wp-caption-text">Da sinistra il Tripletto di Cooke e il Gundlach Ultrastigmat (da R Kingslake, A History of the Photographic Lens)</p></div>
<p>Nel 1920 Ludwig Bertele, appena assunto alla Heinrich <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/ernemann/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Ernemann">Ernemann</a> Aktiengesellschaft di <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/dresda/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Dresda">Dresda</a> inizia a progettare uno schema ottico con l’intento di realizzare un obiettivo molto luminoso.</p>
<p>Nonostante sia giovanissimo (essendo nato nel 1900) e senza esperienza nel settore, nel giro di tre anni porta a compimento un lavoro eccellente, che si concretizzerà nella costruzione dell’Ernostar.</p>
<p>Il punto di partenza è il solito Tripletto di Cooke, schema che già era stato alla base di ottiche leggendarie come il Planar e il <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/tessar/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Tessar">Tessar</a>, che Bertele cerca di sviluppare in modo da renderlo il più luminoso possibile; allo stesso scopo, nel 1916, un ottico di Chicago di nome Charles C. Minor, aveva inserito un menisco positivo fra i due elementi anteriori del Tripletto ottenendo uno schema che era stato messo in produzione dall’americana Gundlach con il nome di Ultrastigmat.<span id="more-2154"></span></p>
<p>La modifica apportata da Bertele è più rilevante e sostanziale in quanto egli sostituisce l’elemento anteriore con due doppietti positivi cementati realizzando un’ottica che lascia sorpresi i tecnici della <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/ernemann/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Ernemann">Ernemann</a> soprattutto per la luminosità di f/2 che la caratterizza.</p>
<p>Non solo va subito in produzione, ma per questo obiettivo, chiamato appunto Ernostar, viene progettata la Ermanox, la prima fotocamera espressamente dedicata al reportage, in quanto utilizzabile anche a mano libera in virtù della luminosità dell’obiettivo.</p>
<div id="attachment_2157" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/04/Foto-26.jpg"><img class="size-medium wp-image-2157 " title="Foto 2" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/04/Foto-26-300x94.jpg" alt="Le tre versioni dell’Ernostar: da sinistra f/2, f/1.8, f/2.7 (da R Kingslake, A History of the Photographic Lens)" width="300" height="94" /></a><p class="wp-caption-text">Le tre versioni dell’Ernostar: da sinistra f/2, f/1.8, f/2.7 (da R Kingslake, A History of the Photographic Lens)</p></div>
<p>Sarà questo apparecchio fotografico che renderà famoso non solo Bertele in quanto progettista, ma anche il fotografo Erich Salomon, che realizzerà con esso una serie di famosi ritratti soprattutto a personaggi politici dell’epoca.</p>
<p>L’Ernostar del 1923 con apertura massima f/2 si evolve l’anno seguente in due successive versioni, una con apertura f/1.8 e un’altra con apertura di f/2.7.</p>
<p>Questo obiettivo e la fotocamera a lui dedicata continueranno ad essere prodotti anche dopo il 1926, anno in cui la <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/ernemann/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Ernemann">Ernemann</a> confluisce nella <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/zeiss-ikon/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Zeiss Ikon">Zeiss Ikon</a>: sarà proprio partendo dall’Ernostar che Bertele realizzerà il Sonnar, un’altra delle sue creature più famose.</p>
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		<title>Il Planar</title>
		<link>http://www.storiadellafotografia.it/2010/04/17/il-planar/</link>
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		<pubDate>Sat, 17 Apr 2010 17:28:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Assanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gli schemi ottici]]></category>
		<category><![CDATA[1896]]></category>
		<category><![CDATA[Carl Zeiss]]></category>
		<category><![CDATA[Gauss]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Rudolph]]></category>
		<category><![CDATA[Planar]]></category>
		<category><![CDATA[Rudolph]]></category>
		<category><![CDATA[Schott und Genossen]]></category>
		<category><![CDATA[Tessar]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel 1896 il dottor Paul Rudolph, tecnico della Schott und Genossen, dopo la realizzazione dell’Anastigmat progettato nel 1890 si dedica allo studio di un nuovo obiettivo ispirandosi al doppietto di lenti dal quale è costituito il telescopio di Gauss.
Concepisce uno schema ottico simmetrico a sei lenti in grado di ridurre decisamente curvatura di campo, astigmatismo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2145" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/04/Foto-16.jpg"><img class="size-medium wp-image-2145 " title="Foto 1" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/04/Foto-16-300x176.jpg" alt="Lo schema Planar (da R Kingslake, A History of the Photographic Lens)" width="300" height="176" /></a><p class="wp-caption-text">Lo schema Planar (da R. Kingslake, A History of the Photographic Lens)</p></div>
<p>Nel 1896 il dottor Paul Rudolph, tecnico della Schott und Genossen, dopo la realizzazione dell’Anastigmat progettato nel 1890 si dedica allo studio di un nuovo obiettivo ispirandosi al doppietto di lenti dal quale è costituito il telescopio di Gauss.</p>
<p>Concepisce uno schema ottico simmetrico a sei lenti in grado di ridurre decisamente curvatura di campo, astigmatismo e aberrazione sferica: il principale handicap è però costituito dalle numerose superfici aria-vetro che determinano fenomeni di interriflessione (flare) ed un livello di contrasto troppo basso.</p>
<p>L’impressione è quindi di scarsa nitidezza, causata appunto dal fatto che un gran numero di lenti porta con sé un gran numero di riflessi interni “parassiti”; la luce che colpisce una lente non viene soltanto rifratta (sia nel momento di ingresso che nel momento di uscita dalla lente stessa), ma anche in parte riflessa o verso l’aria o verso il vetro ottico da cui la lente è costituita.<span id="more-2143"></span></p>
<p>Il problema è quindi legato a ridurre il più possibile gli spazi occupati dall’aria tra gli elementi positivi e negativi, nonché a limitare al massimo lo spessore degli elementi negativi.</p>
<p>L’operazione viene effettuata costruendo gli elementi negativi mediante due diversi tipi di vetro ottico, aventi il medesimo indice di rifrazione, ma potere dispersivo differente: le due parti vengono quindi cementate fra di loro.</p>
<p>Il risultato è eccellente sotto ogni punto di vista anche se questo obiettivo, che è stato chiamato Planar, continua ad essere affetto da basso contrasto; il nome è derivato dal fatto di essere esente da fenomeni di curvatura di campo e quindi in grado di trasmettere un’immagine estremamente corretta, la più corretta realizzata fino a quel momento.</p>
<p>Non incontra quindi un grande successo e per parecchi anni gli verrà preferito il <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/tessar/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Tessar">Tessar</a>, l’obiettivo che lo stesso Rudolph progetta nel 1902 sempre per la <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/carl-zeiss/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Carl Zeiss">Carl Zeiss</a>, non a caso costituito da sole quattro lenti.</p>
<p>I residui effetti di flare del Planar vengono superati soltanto con il trattamento antiriflesso, introdotto verso la metà degli anni Trenta: per il Planar questo momento rappresenta un vero punto di svolta, in quanto lo trasforma nello schema ottico di maggior successo, il più copiato dai più importanti costruttori di ottiche tedeschi, americani e, più tardi, giapponesi.</p>
<p>Attualmente gran parte degli obiettivi ad alta luminosità sono derivati dallo schema Planar.</p>
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		<title>Le fotocamere a telemetro</title>
		<link>http://www.storiadellafotografia.it/2010/04/15/le-fotocamere-a-telemetro/</link>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 13:28:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Assanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'inquadratura e la messa a fuoco]]></category>
		<category><![CDATA[1932]]></category>
		<category><![CDATA[Contax]]></category>
		<category><![CDATA[Ernst Leitz]]></category>
		<category><![CDATA[Heinz Kuppelbender]]></category>
		<category><![CDATA[Leica]]></category>
		<category><![CDATA[messa a fuoco]]></category>
		<category><![CDATA[telemetro]]></category>
		<category><![CDATA[Zeiss Ikon]]></category>

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		<description><![CDATA[L’uso del telemetro come strumento per il controllo della messa a fuoco di un obiettivo fotografico inizia nel 1932, quando il direttore tecnico della Zeiss Ikon, il dottor Heinz Kuppelbender, decide di avvalersene in sede di progetto della fotocamera Contax, cioè di quell’apparecchio studiato come risposta commerciale alla Leica prodotta dalla Ernst Leitz.
Il telemetro è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2139" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/04/Foto-1.png"><img class="size-full wp-image-2139 " title="Foto 1" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/04/Foto-1.png" alt="Schema base di funzionamento del telemetro (da Wikipedia)" width="300" height="226" /></a><p class="wp-caption-text">Schema base di funzionamento del <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/telemetro/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con telemetro">telemetro</a> (da Wikipedia)</p></div>
<p>L’uso del <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/telemetro/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con telemetro">telemetro</a> come strumento per il controllo della messa a fuoco di un obiettivo fotografico inizia nel 1932, quando il direttore tecnico della <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/zeiss-ikon/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Zeiss Ikon">Zeiss Ikon</a>, il dottor Heinz Kuppelbender, decide di avvalersene in sede di progetto della fotocamera <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/contax/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Contax">Contax</a>, cioè di quell’apparecchio studiato come risposta commerciale alla <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/leica/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Leica">Leica</a> prodotta dalla <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/ernst-leitz/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Ernst Leitz">Ernst Leitz</a>.</p>
<p>Il <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/telemetro/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con telemetro">telemetro</a> è uno strumento ottico in grado di misurare la distanza tra colui che lo utilizza e un qualsiasi punto del campo visivo ed è costituito, semplificando al massimo, da due distinti fori di visione posizionati ad una distanza fissa l&#8217;uno dall&#8217;altro: il primo foro di visione è dotato di un prisma che può essere ruotato e che riflette l&#8217;immagine proveniente dal foro stesso su uno specchio semi-trasparente posto all&#8217;interno del secondo foro di visione.<span id="more-2137"></span></p>
<p>L&#8217;utilizzatore, agendo sulla rotazione del prisma, farà in modo che le immagini provenienti dai due fori si sovrappongano perfettamente e, raggiunta tale sovrapposizione, il grado di rotazione del prisma indicherà, tramite una scala, la distanza del punto visualizzato.</p>
<p>Questo tipo di <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/telemetro/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con telemetro">telemetro</a>, detto &#8220;a coincidenza&#8221;,  può essere utilizzato per la messa a fuoco di un obiettivo fotografico basando il suo funzionamento sulla sincronizzazione tra l&#8217;angolazione del prisma ottico e il meccanismo di messa a fuoco dell&#8217;obiettivo.</p>
<p>Guardando attraverso il mirino il fotografo vedrà inizialmente il soggetto &#8220;sdoppiato&#8221;, poi, agendo sulla regolazione della messa a fuoco che contestualmente ruota anche il prisma, le due immagini si allontaneranno o si avvicineranno, fino a sovrapporsi: a quel punto il soggetto risulterà perfettamente a fuoco.</p>
<div id="attachment_2140" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/04/Foto-25.jpg"><img class="size-medium wp-image-2140 " title="Foto 2" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/04/Foto-25-300x148.jpg" alt="La sovrapposizione delle immagini (da Wikipedia)" width="300" height="148" /></a><p class="wp-caption-text">La sovrapposizione delle immagini (da Wikipedia)</p></div>
<p>Per facilitare la visione, uno dei due obiettivi del <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/telemetro/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con telemetro">telemetro</a> è di solito provvisto di un filtro giallo in modo da accentuare il contrasto fra le due immagini e facilitarne la sovrapposizione; facendole coincidere si ottiene quindi non solo la messa a fuoco del soggetto, ma si può anche leggere su un’apposita scala metrica la distanza a cui il soggetto stesso si trova.</p>
<p>I sistemi telemetrici di molte fotocamere risultano naturalmente molto più complessi rispetto allo schema base sopra descritto, anche se il principio di funzionamento rimane sostanzialmente il medesimo.</p>
<p>La messa a fuoco a <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/telemetro/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con telemetro">telemetro</a> è stata utilizzata per gli apparecchi fotografici di piccolo e medio formato dal 1932 fino all’avvento delle fotocamere reflex, nelle quali la focheggiatura avviene su vetro smerigliato attraverso lo stesso obiettivo usato per riprendere l’immagine.</p>
<p>La produzione di alcuni apparecchi a <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/telemetro/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con telemetro">telemetro</a> è comunque continuata, anche perché il loro uso consente, per determinati tipi di riprese, di evitare le pur minime vibrazioni determinate nelle reflex dall’innalzamento dello specchio che avviene al momento dello scatto.</p>
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		<title>Alphonse Bernoud</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Mar 2010 14:51:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Assanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[I fotografi]]></category>
		<category><![CDATA[L’immagine stereoscopica]]></category>
		<category><![CDATA[1841]]></category>
		<category><![CDATA[albumina]]></category>
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		<category><![CDATA[Daguerre]]></category>
		<category><![CDATA[foto stereoscopica]]></category>
		<category><![CDATA[Fox Talbot]]></category>

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		<description><![CDATA[Alphonse Bernoud nasce in Francia, a Meximieux, nei pressi di Lione, il 4 febbraio 1820 ed è uno dei primi ad avvicinarsi alla fotografia, iniziando a praticare la tecnica dagherrotipica nei mesi immediatamente successivi all’annuncio della scoperta.
Il suo vero nome è in realtà Jean Baptiste, in famiglia e dagli amici intimi viene invece confidenzialmente chiamato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1988" class="wp-caption alignleft" style="width: 239px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-1.png"><img class="size-medium wp-image-1988 " title="Foto 1" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-1-229x300.png" alt="Alphonse Bernoud" width="229" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Alphonse Bernoud</p></div>
<p>Alphonse Bernoud nasce in Francia, a Meximieux, nei pressi di Lione, il 4 febbraio 1820 ed è uno dei primi ad avvicinarsi alla fotografia, iniziando a praticare la tecnica dagherrotipica nei mesi immediatamente successivi all’annuncio della scoperta.</p>
<p>Il suo vero nome è in realtà Jean Baptiste, in famiglia e dagli amici intimi viene invece confidenzialmente chiamato Alphonse.</p>
<p>E’ in Italia già nel 1841 in quanto è documentato un suo <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/dagherrotipo/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con dagherrotipo">dagherrotipo</a> eseguito in quell’anno a Sanremo; frequenta infatti la costa ligure operando come fotografo ambulante.</p>
<p>Nel 1845 sul giornale genovese “Corriere Mercantile” appare una inserzione di tipo pubblicitario con la quale Bernoud annuncia di essere<em> … de passage in cette ville pour quelque temp … </em>e non solo di eseguire ritratti con il metodo inventato da <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/daguerre/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Daguerre">Daguerre</a>, ma di colorarli secondo una tecnica messa a punto da lui stesso; il costo di un’immagine è di 5 franchi e il suo recapito è in Strada Scurreria Palazzo Pallavicini.</p>
<p>Al pari di molti altri fotografi francesi, inglesi e tedeschi, arriva in Italia spinto soprattutto dal fatto che il nostro paese è un mercato molto appetibile e redditizio dove i praticanti di questa nuova attività non abbondano.<span id="more-1984"></span></p>
<p>A Genova per un certo periodo ha un socio, Lossier, del quale successivamente si perdono le tracce; pubblicizza la propria attività non solo come operatore, ma anche come insegnante di fotografia ed incontra evidentemente un discreto successo dal momento che a partire dal 1850, nel giro di pochi anni apre altri studi a Napoli (Boschetto della Villa Reale), a Firenze (Piazza S. Maria in Campo 434) e a Livorno (Via Vittorio Emanuele 71).</p>
<div id="attachment_1989" class="wp-caption alignright" style="width: 254px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-213.jpg"><img class="size-medium wp-image-1989 " title="Foto 2" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-213-244x300.jpg" alt="Il verso di una sua fotografia" width="244" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Il verso di una sua fotografia</p></div>
<p>Quando abbandona Genova lascia lo studio in gestione ad un suo allievo, Carlo Molino, il quale però non avrà in seguito grande fortuna; Bernoud è il classico fotografo itinerante, un ambulante di lusso, che gestisce sale di posa in diverse sedi attraverso operatori che lavorano per lui con metodi di ripresa standardizzati, realizzando soprattutto ritratti di membri di famiglie nobili e borghesi.</p>
<p>Il suo inserimento negli alti ranghi della società italiana è testimoniato dal fatto che si presenta come <em>“Photographe de S.M. le Roi et de S.A.R. le Prince de Carignan”</em> mentre la sua abilità di fotografo gli vale riconoscimenti alle esposizioni parigine del 1855, 1857 e 1867.</p>
<p>Esegue ritratti anche presso la corte di Napoli e la sua fama è legata a fotografie molto curate sia dal punto di vista compositivo che qualitativo; il suo successo è tale che viene nominato fotografo ufficiale di corte ed ha occasione di effettuare belle riprese di navi per conto della Marina Militare borbonica.</p>
<p>E’ anche noto ed apprezzato per le foto eseguite ad animali.</p>
<p>Nel 1857 viene inviato in Basilicata, nelle zone colpite dal disastroso terremoto, ed è l’unico a documentare questa tragedia e in particolare la distruzione pressoché totale del paese di Montemurro.</p>
<p>E’ un fotografo molto attento all’evoluzione tecnica: al contrario di altri abbandona il <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/dagherrotipo/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con dagherrotipo">dagherrotipo</a> non appena il nuovo procedimento negativo-positivo introdotto da Fox Talbot è in grado di fornire immagini di livello elevato, passando prima alle lastre al <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/collodio-umido/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con collodio umido">collodio umido</a> e poi a quelle al collodio secco.</p>
<div id="attachment_1990" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-39.jpg"><img class="size-medium wp-image-1990 " title="Foto 3" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-39-300x147.jpg" alt="Ferrovia Bologna-Pistoia: il viadotto di S. Mommé (Collezione Angela Querci - Piteccio)" width="300" height="147" /></a><p class="wp-caption-text">Ferrovia Bologna-Pistoia: il viadotto di S. Mommé (Collezione Angela Querci - Piteccio)</p></div>
<p>Si dimostra subito padrone di queste tecniche producendo negativi su lastra di vetro dai quali vengono ottenute stampe all’albumina di qualità eccellente, ancora oggi in perfetto stato di conservazione.</p>
<p>La maggioranza della sua produzione è costituita da ritratti, ma esegue anche riprese di panorami e di monumenti, dedicandosi pure alla foto stereoscopica; con questa tecnica il 30 giugno 1859 realizza alcune immagini dei cantieri della costruenda linea ferroviaria Bologna &#8211; Pistoia ubicati nel tratto appenninico, da Pracchia a Pistoia, quello più spettacolare dal punto di vista ingegneristico, dove la linea corre tra viadotti e gallerie per superare il dislivello altimetrico esistente tra il punto di valico (m 617,5 s.l.m.) e la piana di Pistoia.</p>
<p>E’ attivo per molti anni soprattutto tra Firenze e Napoli, città dove apre probabilmente anche più di uno studio, dal momento che ai recapiti precedentemente citati si aggiungono anche quelli di Via dell’Orivolo 51 a Firenze e di Toledo 256, Palazzo Berio, a Napoli; le sue ultime immagini italiane documentano l’eruzione del Vesuvio del 1872.</p>
<p>Successivamente fa ritorno a Lione continuando a dedicarsi al ritratto fino al 1886.</p>
<p>Muore nel 1889.</p>
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		<title>La fotocamera stereoscopica</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 16:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Assanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[I pionieri]]></category>
		<category><![CDATA[L’immagine stereoscopica]]></category>
		<category><![CDATA[1832]]></category>
		<category><![CDATA[Achille Léon Quinet]]></category>
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		<description><![CDATA[Gli esperimenti finalizzati alla realizzazione di uno strumento in grado di riprodurre la visione stereoscopica hanno inizio nella prima metà del XIX secolo ad opera del geniale fisico inglese sir Charles Wheatstone (1802-1875).
Si tratta di un personaggio dagli interessi più svariati, che vanno dalle immagini tridimensionali al telegrafo, dagli strumenti musicali (il symphonium, la concertina) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1874" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto11.jpg"><img class="size-full wp-image-1874 " title="Foto1" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto11.jpg" alt="Sir Charles Wheatstone" width="250" height="294" /></a><p class="wp-caption-text">Sir Charles Wheatstone</p></div>
<p>Gli esperimenti finalizzati alla realizzazione di uno strumento in grado di riprodurre la visione stereoscopica hanno inizio nella prima metà del XIX secolo ad opera del geniale fisico inglese sir Charles Wheatstone (1802-1875).</p>
<p>Si tratta di un personaggio dagli interessi più svariati, che vanno dalle immagini tridimensionali al telegrafo, dagli strumenti musicali (il <em>symphonium, </em>la<em> concertina</em>) alla scrittura crittografica, fino all’elettricità.</p>
<p>Nel 1832 studia un sistema di specchi e prismi, realizzando uno strumento che nella forma ricorda un binocolo e che nel 1838 viene brevettato e presentato alla Royal Scottish Society of Arts come qualcosa “<em>that it be called a Stereoscope, to indicate his property of representing solid figures</em>”, rifacendosi così alla terminologia adottata due secoli prima da François de Aguilón: le immagini sono naturalmente dei disegni.</p>
<p>A seguito della scoperta della fotografia egli intuisce le possibilità del nuovo mezzo e cerca di interessare alla stereoscopia i protofotografi inglesi Jean Francois Antoine Claudet, Richard Beard ed Henry Collen.<span id="more-1869"></span></p>
<p>Quello che più di ogni altro si dedicherà a questo particolare tipo di riprese sarà Claudet.</p>
<div id="attachment_1875" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-22.jpg"><img class="size-medium wp-image-1875  " title="Foto 2" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-22-300x297.jpg" alt="Lo stereoscopo di Brewster" width="300" height="297" /></a><p class="wp-caption-text">Lo stereoscopio di Brewster</p></div>
<p>Lo strumento ideato da Wheatstone è un oggetto alquanto ingombrante che incontra scarso successo e bisogna attendere il 1849, anno in cui appare lo stereoscopio di sir David Brewster.</p>
<p>Brewster (1781-1868) è un fisico ed inventore scozzese che già dal 1815 è noto nel mondo scientifico per la sua riscoperta del caleidoscopio: nel 1849/50 mette a punto uno stereoscopio che al posto degli specchi utilizza delle lenti, realizzando in tal modo uno strumento del tutto originale rispetto a quello di Wheatstone.</p>
<p>Questo è uno dei motivi per cui esistono diversità di pareri sulla paternità dello strumento, diversità che non si esauriscono con i soli Wheatstone e Brewster in quanto entrano nella partita anche John Benjamin Dancer e il fotografo francese Achille Léon Quinet.</p>
<div id="attachment_1876" class="wp-caption alignleft" style="width: 191px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-3.jpg"><img class="size-medium wp-image-1876 " title="Foto 3" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-3-181x300.jpg" alt="Sir David Brewster" width="181" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Sir David Brewster</p></div>
<p>Dancer è una delle figure più rilevanti del XIX secolo per quanto riguarda progettazione e costruzione di microscopi e soprattutto per l’applicazione della fotografia al microscopio stesso (microfotografia).</p>
<p>Per quanto attiene la stereoscopia egli brevetta nel 1852 una prima versione di fotocamera binoculare, seguita nel 1856 da un successivo modello utilizzabile con lastre, sia al <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/collodio-umido/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con collodio umido">collodio umido</a> che al collodio secco.</p>
<p>Nel frattempo, a Parigi, Achille Léon Quinet mette a punto negli anni 1853/54 una fotocamera binoculare che chiamerà “Quinetoscope”.</p>
<p>A questo proposito il già citato David Brewster, personaggio dotato di una certa vena polemica e di temperamento sanguigno, pubblicherà nel 1856 il volume “The Stereoscope: Its History, and Construction, with Its Applications to the Fine and Useful Arts of Education” nel quale citerà Quinet, affermando che <em>…Since the publication in 1849 of my description of the binocular camera, a similar instrument was proposed in Paris by a photographer, M. Quinet who gave it the name of Quinetoscope…</em>osservando che un tale nome<em> …means an instrument for seeing M. Quinet….</em>e che<em> …I have not seen this camera, but from the following notice of it by the Abbé Moigno, it does not appear to be different from mine</em>.</p>
<p>Come era successo per altri apparecchi, anche la fotocamera a doppio obiettivo per riprese stereoscopiche pare avere quindi più di un padre, di certo è che si tratta di un tipo di fotocamera che incontrerà grande fortuna fino alla fine dell’Ottocento, entrando in crisi nel momento in cui cominceranno ad apparire altre forme di visione stereoscopica, come il Tru Vue e più tardi il View Master.</p>
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