Archivi categoria: La fotografia immaginata

La lunga attesa

Busto di Epicuro (Pergamon Museum, Berlino)
Busto di Epicuro (Pergamon Museum, Berlino)

Credo che oggi siano difficilmente immaginabili le dimensioni dello sconquasso che nel 1839 fu innescato dall’annuncio della scoperta della fotografia: l’onda d’urto di un vero e proprio sisma con epicentro Parigi e la Francia avanzò verso il resto del mondo determinando uno sconvolgimento di portata così ampia che da allora sono stati versati fiumi d’inchiostro nell’intento di scovarne i molteplici aspetti e le infinite sfaccettature. Ma l’apparizione della fotografia fu una semplice scoperta o fu anche qualcosa di diverso ? Fu soltanto uno dei tanti passi in avanti della storia umana o anche il verificarsi di un evento lungamente atteso ? Fu la pura definizione tecnico-scientifica di un procedimento fisico-chimico o anche la materializzazione di antichi fantasmi ? Mi è capitato di recente di consultare due testi che ritengo fra i più coinvolgenti sui temi legati alla fotografia, due scritti i cui contenuti possono essere più o meno condivisi, ma che comunque sollecitano intriganti riflessioni in un raggio molto ampio e molto vario. Alcune frasi in particolare stuzzicano la curiosità riguardo ai momenti iniziali della fotografia, intesa non come procedimento, ma come necessità di fare propria, di catturare quella che abitualmente chiamiamo realtà, ben consapevoli che sul significato di questo termine potrebbe aprirsi un lungo e articolato dibattito. Cominciamo, in ordine di tempo, con Susan Sontag, scrittrice statunitense, intellettuale poliedrica e controversa, che tra l’altro per oltre vent’anni e fino alla sua morte avvenuta nel 2004 è stata compagna di vita di una delle più lucide interpreti della fotografia di oggi, la sua connazionale Anne Leibovitz. Nel saggio Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società (Piccola Biblioteca Einaudi, 2004, pag. 32) scrive tra l’altro: “… una fotografia non è soltanto un’immagine, è anche un’impronta, una cosa riprodotta direttamente dal reale, come l’orma di un piede … mentre un quadro non fa mai nulla di più che enunciare un’interpretazione, una fotografia non fa mai niente di meno che registrare un’emanazione, un’orma materiale del suo soggetto …”. L’immagine dell’orma è affascinante, il concetto che l’Autrice vuole esprimere non potrebbe essere più chiaramente esemplificato: in queste parole vediamo evocato un soggetto, qualsiasi esso sia, che va a “toccare” la pellicola o il CCD e vi lascia sopra il segno del suo passaggio, un segno impresso direttamente, senza l’intervento di alcun tramite.

Quel “nulla di più” e “niente di meno” non ammettono eccezioni: qualsiasi immagine pittorica, anche la più espressiva ed emozionante, rappresenta comunque una creazione dell’artista, qualsiasi fotografia, anche la più banale, scontata ed insulsa è comunque l’orma del soggetto fotografato. Vediamo adesso cosa dice a questo proposito Roland Barthes, critico letterario francese, linguista, semiologo (… e chissà quanto altro ancora) che nel 1980 pubblica un saggio sulla fotografia che diverrà un punto fermo sull’argomento. Ad un certo punto del suo ragionamento esprime un concetto di una forza evocativa straordinaria: “… da un corpo reale che era là sono partiti i raggi che raggiungono me, che sono qui (…) la foto dell’essere scomparso viene a toccarmi come i raggi differiti di una stella. Una specie di cordone ombelicale collega il corpo della cosa fotografata al mio sguardo …” (La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi, 1980, pp. 81-82). Qui andiamo oltre l’orma, qui siamo al contatto fisico, un contatto che si rinnova attraverso la fotografia anche se ciò che è stato fotografato non c’è più, perché i raggi luminosi che partendo da quel soggetto hanno impresso quell’immagine, ora da quell’immagine toccano la mia retina come la luce di una stella che adesso è scomparsa, ma che a causa di un’incommensurabile distanza siderale continua per secoli ad essere visibile. Un raffronto che lascia senza parole! Ma non voglio parlare del medium fotografico, né di “indici” né di “icone”, tematiche che presuppongono una capacità di analisi critica che non mi appartiene, ma della fotografia come risposta a un desiderio di appropriazione di frammenti di realtà, quindi come riduzione alla fisicità di quei fantasmi di cui dicevo all’inizio. I testi di Susan Sontag e di Roland Barthes non solo riportano alle immaginazioni protofotografiche di Tiphaigne de La Roche di cui già abbiamo scritto, ma richiamano con forza le parole di coloro che prima di lui non solo avevano cullato delle fantasie, ma anche concepito degli scenari di conoscenza in cui la materia era in grado di trasmettere ed imprimere un segno tangibile di se stessa. Gli esempi non mancano di certo se andiamo agli albori documentati del pensiero e della civiltà europea, quando il mondo della scienza, che è un tutt’uno con la filosofia e anche con la religione, inizia a cercare spiegazioni su come avviene e su che cosa rappresenta l’esperienza del sensibile.lucrezio

Il primo in ordine di tempo è probabilmente il filosofo greco Democrito (circa 460 a.C. – 360 a.C.), secondo Dante colui “che ’l mondo a caso pone” (Inferno, Canto IV, v. 136), quando sostiene che “… gli oggetti continuamente inviano nello spazio ad essi circostante le immagini di sé medesimi. Queste immagini [in greco είδώλα, eidola], entrano negli occhi attraverso la pupilla, così rivelandosi …  L’aria pullula di immagini immateriali che vanno in tutte le direzioni perché gli oggetti pulsano rilasciando in continuazione immagini di sé stessi, si sfogliano come i serpenti che perdono la pelle nel crescere. Per Democrito tutto è percezione, anche il nostro corpo è un insieme di atomi nei cui spazi vuoti si inseriscono gli είδώλα consentendoci una conoscenza “per contatto” (F. Enriquez-M.Mazziotti Le dottrine di Democrito d’Abdera, Il Mulino, 1948). La teoria di Democrito è poi ripresa e reinterpretata da Epicuro, anch’egli filosofo greco (341 a.C – 271 a. C.), il quale ribadisce che … dalla superficie dei corpi si diparte un continuo flusso di simulacri con una velocità pari a quella del pensiero … e questo flusso incessante … conserva per molto tempo la disposizione e l’ordine che gli atomi avevano nei corpi solidi …. La vista come organo di senso è quindi continuamente colpita da questo flusso che si distacca dai corpi e quindi ciò che noi vediamo è la forma dei corpi stessi in quanto pellicola (intesa come stratificazione) risultante dal flusso dei simulacri (Epistème ed ethos in Epicuro, a cura di L. Giancola, Armando Ed., 1998, pagg. 48-49). In epoca più tarda la tematica dei simulacri è ancora lì è viene ripresa da Tito Lucrezio Caro (circa 98 a.C. – 55 a.C.), poeta e filosofo romano, che nella sua opera più conosciuta, il “De Rerum Natura”, ritorna appunto su quelli che “simulacra vocamus” con una figurazione poetica di grande bellezza e di efficace forza evocativa. Egli immagina e descrive infatti le nostre percezioni visive … quasi membranae summo de corpore rerum dereptae volitant ultroque citroque per auras … cioè come pellicole che si sono staccate dalla superficie delle cose e volteggiano qua e là per l’aria (De Rerum Natura, Libro IV, 31-32). Rimanendo nel mondo romano che dire poi di Publio Papinio Stazio (40 – 96 d.C.), il quale concepisce e descrive uno scenario ancor più avanzato poiché può trattare la materia non da filosofo, ma da poeta: lasciando campo libero alla sua immaginazione dà forma ad uno strumento in grado non solo di percepire il flusso di simulacri epicureo al pari dei nostri occhi, ma anche di appropriarsene in maniera definitiva. Il passaggio è molto esplicito: …tu modo fige aciem et vultus hic usque relinque. Sic ait et speculum reclusit imagine rapta … cioè … fissa lo sguardo e lascia per sempre [la copia] del volto. Così disse e, catturata l’immagine, richiuse lo specchio … (Silvae, Libro III, 97-98). Lo specchio che cattura le immagini (imagine rapta) è una delle similitudini che da sempre accompagna la fotografia, uno strumento capace di sottrarre dei frammenti di realtà con la complicità di quell’entità misteriosa e sfuggente che è la luce, tanto sconosciuta da essere ritenuta magica, oppure temuta e venerata come un dono che arriva dal cielo o addirittura identificata col soprannaturale stesso. Dunque un’esigenza insita nella natura dell’uomo, un desiderio di appropriazione che fino all’annuncio di Arago (fu casuale la scelta del giorno dell’Epifania ?) aveva trovato risposta solo nella genialità degli artisti. Non so fino a che punto tutto questo abbia veramente a che fare con la fotografia, ma mi piace pensare che in tutto quel clamore che nel 1839 giungeva dalla Francia fossero avvertibili flebili voci del passato, una sorta di collettivo sospiro di sollievo, un “… avete visto, … si poteva fare!

La fanciulla di Corinto

Felice Giani, La fanciulla di Corinto (fine XVIII-inizio XIX sec.)
Felice Giani, La fanciulla di Corinto (fine XVIII-inizio XIX sec.)

La rappresentazione artistica è anche una forte “necessità di presenza”.

Si afferma come un artificio col quale possiamo trattenere e anche possedere qualcosa, ma in special modo qualcuno, al di là dei limiti di spazio e di tempo, perché fissa un’immagine che rimarrà tale anche quando il soggetto ritratto sarà in un altro luogo, oppure invecchiato, mutato o scomparso per sempre.

Leon Battista Alberti, architetto, scrittore, matematico, filosofo, musicista, una delle figure più autorevoli e poliedriche del Rinascimento, nel 1436 afferma (De Pictura, Libro II) che “Tiene in sé la pittura forza divina non solo quanto si dice dell’amicizia, quale fa gli uomini assenti essere presenti, ma più i morti dopo molti secoli essere quasi vivi ….”. Continua la lettura di La fanciulla di Corinto

Tra l’impossibile e il blasfemo

Roger Bacon
Roger Bacon

E’ noto che le interpretazioni scientifiche di alcuni fenomeni naturali e la loro spiegazione razionale sono state in certi casi confutate, avversate e a volte duramente combattute da chi dei fenomeni stessi aveva delle spiegazioni a priori, fondate su asserzioni più filosofiche che scientifiche.

Anche la fotografia ha avuto in almeno due casi degli avversari che l’hanno “bocciata” da un punto di vista etico oppure respinta sul piano scientifico.

Il primo evento risale all’undicesimo secolo: nel 1267 il filosofo e fisico inglese Roger Bacon (1214-1294) descrive il principio della camera oscura nel saggio De Moltiplicatione Specium, scritto che attira l’attenzione del tribunale ecclesiastico, anche perché egli è un frate francescano.

Va detto che il termine “fisico” applicato ad un uomo di quell’epoca non ha il significato che noi oggi siamo soliti attribuirgli, in quanto Bacon, come molti altri, si muove in un territorio ancora fortemente permeato da occultismo e superstizione; sta di fatto che uno dei padri dell’empirismo e del metodo scientifico viene sottoposto a giudizio e condannato a causa di quelle immagini effimere che ha osato evocare.

Il secondo caso si verifica invece nel momento della scoperta ed è caratterizzato da elementi a dir poco grotteschi; mentre il caso di Bacon si colloca con piena coerenza nell’ambiente culturale del tempo, il secondo è, a mio parere, un tocco di assoluta arretratezza in pieno XIX secolo. Continua la lettura di Tra l’impossibile e il blasfemo

La lanterna magica

Athanasius Kircher
Athanasius Kircher

In una sera di un giorno imprecisato, di un anno imprecisato (ma è da poco iniziato il XVII secolo),  nel Castello di Praga, un pubblico di rango assiste ad una rappresentazione.

Sono gli ospiti dell’imperatore Rodolfo II d’Asburgo e il regista dell’evento è il rabbino Jehuda Löw.

Le premesse per una serata emozionante ci sono tutte: l’Imperatore da un po’ di tempo mostra comportamenti bizzarri, qualcuno dice che il suo equilibrio psichico sia gravemente compromesso, altri parlano di riti, di misteri …

Sul rabbino si mormorano cose molto più strane, pare perfino che abbia plasmato col fango della Moldava un essere dalle forme umane, il Golem, che gli abbia dato la vita e che lo tenga nascosto in casa …

Lo spettacolo infatti non delude: ecco che davanti agli occhi degli spettatori passano uno dietro l’altro gli antenati di Rodolfo, una processione di morti, un’esibizione che atterrisce i presenti, la paura si trasforma in panico, la confusione, la fuga, … alla fine scoppia perfino un incendio.

Ma non c’erano morti viventi quella sera a Praga, e il rabbino non era un mago; l’unica “entità” inconsueta che si trovava nel castello era la lanterna (naturalmente magica) con cui Löw aveva dato vita alla sua performance.

La descrizione più antica di quello strumento chiamato lanterna magica la dobbiamo a padre Athanasius Kircher, quello della camera oscura gigante, che aveva intuito come il principio ottico fosse valido sia per riprendere che per proiettare e che illustra queste sue considerazioni nel saggio Ars Magna Lucis et Umbrae, nel 1646. Continua la lettura di La lanterna magica

La fotografia “immaginata”: Tiphaigne de La Roche

RitaglioCharles François Tiphaigne de La Roche (1722 – 1774) è un medico e scrittore francese che nel 1760 pubblica in maniera anonima un romanzo utopistico intitolato Giphantie (l’anagramma del suo nome).

Lo scritto parla di un viaggio immaginario che il protagonista compie e che può essere direttamente collegato al filone fantastico-utopistico de “I viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift (1726).

L’autore racconta di essere stato trasportato da un uragano in un posto meraviglioso ed inaccessibile in cui la natura possiede ancora tutta la sua energia primitiva e nel quale vivono gli spiriti elementari che governano l’aria, l’acqua, la terra e il fuoco.

Uno degli spiriti, il prefetto dell’isola, guida il viaggiatore alla scoperta di questo luogo meraviglioso durante il quale gli vengono mostrate anche delle tele dipinte, che appaiono al viaggiatore come visioni “reali” del mondo esterno.

Il prefetto gli spiega allora il modo con cui esse si sono prodotte e la spiegazione non è altro che l’immaginazione di quella che 79 anni più tardi sarà la fotografia, cioè di un procedimento che permette di fissare in modo stabile le immagini della realtà su dei quadri mediante l’azione della luce. Continua la lettura di La fotografia “immaginata”: Tiphaigne de La Roche