Archivi categoria: I materiali sensibili e i procedimenti

L’Autochrome

Una confezione di laste Autochrome
Una confezione di laste Autochrome

Il 17 dicembre 1903, la “Société Anonyme des Plaques et Papières photographiques A. Lumière et ses Fils” (più semplicemente “i fratelli Lumière”) brevetta il primo procedimento per realizzare immagini fotografiche a colori.

Tentativi ne erano stati fatti anche in tempi precedenti: nel 1891 il fisico franco-lussemburghese Gabriel Lippman mette a punto un metodo detto “interferenziale” (per il quale tra l’altro riceverà il Nobel per la Fisica nel 1908), ma la sua complessità è tale da non renderlo vantaggioso e quindi praticabile in ambito commerciale.

Le lastre preparate con il sistema dei fratelli Lumière saranno invece sul mercato a partire dal 1907 e rimarranno il principale prodotto sensibile a colori fino all’apparizione delle pellicole Kodachrome nel 1935 e Agfacolor l’anno successivo. Continua la lettura di L’Autochrome

Leon Warnerke e la pellicola in rullo

WarnpartUna delle figure più curiose che popolano la storia della fotografia è quella di Leon Warnerke, un personaggio a proposito del quale è necessario ricorrere con frequenza ad espressioni del tipo “pare” oppure “si dice che …”.

Non vi è certezza assoluta nemmeno a proposito del nome, probabilmente uno pseudonimo, se non un vero e proprio falso, né si conosce la data della nascita; per quanto riguarda il paese di provenienza, la maggioranza delle fonti lo dichiara russo di nascita, di certo vive ed opera in Inghiterra, paese nel quale arriva nel 1870, proveniente (pare) dalla Francia.

E’ ufficialmente un uomo d’affari e un fotografo (membro tra l’altro dell’autorevole Photographic Society of Great Britain), che però documenti successivi al suo periodo inglese definiscono come “noto falsario di banconote europee”, arrivando alcuni addirittura a considerarlo come uno dei maestri del XIX secolo nell’arte della falsificazione delle banconote, con una preferenza per il rublo. Continua la lettura di Leon Warnerke e la pellicola in rullo

Richard Leach Maddox: le lastre in gelatina al bromuro d’argento

Il dottor Richard Leach Maddox
Il dottor Richard Leach Maddox

Durante gli anni in cui si stavano realizzando i primi esperimenti volti al superamento delle lastre al collodio umido, era stata valutata da alcuni non solo la possibilità di superare il problema rappresentato dal dover preparare le lastre immediatamente prima di usarle, ma anche di sostituire il collodio come elemento di supporto dell’emulsione fotosensibile ai sali d’argento.

I tentativi in questo senso avevano avuto un momento di stasi dopo il 1855, sia a seguito della messa a punto delle lastre al collodio secco da parte di Jean Marie Taupenot, sia perché le prove fino ad allora effettuate non sembravano dare buon esito.

Già verso il 1850 Pointevin aveva tentato di sostituire il collodio con gelatina di origine animale, ma il sostanziale insuccesso a cui era andato incontro lo aveva indotto a desistere; erano trascorsi parecchi anni prima che nel 1868 l’inglese W.H. Harrison pubblicasse sul The British Journal of Photography un breve articolo intitolato “La filosofia delle lastre asciutte”, una anticipazione di un suo esperimento parzialmente riuscito con bromoioduro d’argento col quale aveva sensibilizzato uno strato di gelatina. Continua la lettura di Richard Leach Maddox: le lastre in gelatina al bromuro d’argento

Le lastre al collodio secco

Porretta Terme nel 1861 circa. Stampa all'albumina da lastra al collodio
Porretta Terme nel 1861 circa. Stampa all'albumina da lastra al collodio

Fin dall’introduzione del procedimento al  collodio umido emerge la necessità di mettere a punto una variante che non obblighi i fotografi a sensibilizzare le lastre immediatamente prima dell’utilizzo, ciò per gli evidenti motivi di scomodità e di disagio che tale pratica comporta.

L’elemento positivo che caratterizza le “wet plates” è la notevole sensibilità, conferita loro proprio dal fatto di essere utilizzate ancora umide, e quindi il principale fattore di negatività del renderle asciutte appare immediatamente legato alla perdita di rapidità dell’emulsione con il conseguente allungamento dei tempi di ripresa.

Il superamento delle lastre umide avviene quindi attraverso tutta una serie di procedimenti successivi, genericamente definiti “al collodio secco” ognuno dei quali presenta proprie specificità e varianti. Continua la lettura di Le lastre al collodio secco

Il ferrotipo: Adolphe Alexandre Martin

Bagnanti in un ferrotipo francese del 1860
Bagnanti in un ferrotipo francese del 1860

Il processo fotografico al collodio umido ha dato origine non soltanto all’ambrotipo, ma pure ad una sua variante semplificata: il ferrotipo.

Anche nel caso di questo procedimento è necessario fare alcune precisazioni sulla data e sulla paternità, in analogia con quanto detto a proposito dell’ambrotipo (Archer o Cutting?) e prendendo comunque come dato di fatto la data del brevetto.

La messa a punto del procedimento ferrotipico è universalmente attribuita al francese Adolphe Alexandre Martin nel 1852/53, quindi negli stessi anni in cui si sta sviluppando anche la tecnica ambrotipica, che verrà brevettata negli Stati Uniti nel 1854.

Il motivo per cui il ferrotipo è comunemente ritenuto successivo all’ambrotipo risiede anche nel fatto che il suo brevetto americano è del 1856.

Adolphe Alexandre Martin (1824 – 1886) è un insegnante francese che rimane molto colpito dalla scoperta del collodio umido e lo sperimenta per ottenere delle immagini positive dirette, utilizzando come supporto una lastra metallica verniciata di nero.

Sia l’ambrotipo che il ferrotipo sono quindi due metodi ispirati al medesimo principio, anche se da un punto di vista tecnico seguono percorsi realizzativi diversi per quanto riguarda il trattamento dei rispettivi supporti; al di là della comune origine dalle lastre al collodio umido, non esistono notizie relative ad un rapporto fra di essi, è comunque singolare la loro sostanziale contemporaneità. Continua la lettura di Il ferrotipo: Adolphe Alexandre Martin

L’ambrotipo: James Ambrose Cutting

Ambrotipo inglese del 1860 circa
Ambrotipo inglese del 1860 circa

James Ambrose Cutting (1814 – 1867) è stato un fotografo ed un inventore americano, nato ad Havershill, nello stato del  New Hampshire.

Trascorre la giovinezza in condizioni di povertà, fino a quando, nel 1842, con il denaro guadagnato per l’invenzione di un nuovo tipo di alveare, può trasferirsi a Boston.

Nel 1854, con tre distinti brevetti, egli protegge una sua tecnica per produrre immagini fotografiche positive su lastre di vetro al collodio umido (Patent Numbers 11,213 – 11,266 – 11,267: Awarded to James Ambrose Cutting of Boston, Massachusetts for creating collodion positive photographs on glass).

Di certo quindi è Cutting colui al quale va ascritta la paternità del metodo per produrre quel particolare tipo di immagine positiva diretta che sarà chiamato “ambrotipo”, anche se molte fonti sostengono che l’idea iniziale di un tale tipo di utilizzo del negativo al collodio era stata dell’inventore stesso di tale procedimento, cioè Frederick Scott Archer, fin dal 1852. Continua la lettura di L’ambrotipo: James Ambrose Cutting

Frederick Scott Archer e il collodio umido

Ritratto di Frederick Scott Archer
Ritratto di Frederick Scott Archer

Frederick Scott Archer nasce nel 1813 a Bishop’s Stortford, Gran Bretagna.

Trasferitosi a Londra, diventa scultore e si avvicina alla fotografia in quanto è il sistema migliore per riprendere le immagini dei suoi soggetti.

Insoddisfatto della qualità dei risultati ottenuti con il metodo di Fox Talbot a causa della insufficiente nitidezza e del basso contrasto, inizia a sperimentare un nuovo metodo di sensibilizzazione delle lastre, nel tentativo di coniugare la finezza del dagherrotipo con la praticità del calotipo e mantenendo quindi la possibilità di stampare più copie dallo stesso negativo.

Questo nuovo procedimento viene messo a punto già verso il 1848, ma è ufficializzato soltanto nel 1851 mediante la pubblicazione di un articolo sul numero di “The Chemist”, del marzo di quell’anno.

Le operazioni di sensibilizzazione iniziano stendendo sulla lastra di vetro un prodotto che sia in grado di farvi aderire l’elemento fotosensibilie.

Questo prodotto è il cotone collodio o binitrocellulosa, cioè un composto di nitrocellulosa e di azoto, quest’ultimo nella percentuale di circa il 12%; si presenta come una sostanza dalla consistenza viscosa dotata però di un aspetto perfettamente limpido e trasparente.

In certi casi, in alternativa al cotone collodio, è usato il fulmicotone o trinitrocellulosa o cotone fulminante, che tra l’altro è una sostanza altamente infiammabile ed esplosiva, tanto che nel  linguaggio comune, la locuzione “al fulmicotone” sta ad indicare un evento o un’azione che si verifica in tempi rapidissimi e/o con improvvisa violenza. Continua la lettura di Frederick Scott Archer e il collodio umido

Louis Désiré Blanquart Evrard e la carta all’albumina

Louis Désiré Blanquart Evrard (Bibliothèque municipale de Lille, Fonds Lefebvre 5, 16 – stampa all’albumina)
Louis Désiré Blanquart Evrard (Bibliothèque municipale de Lille, Fonds Lefebvre 5, 16 – stampa all’albumina)

Louis Désiré Blanquart Evrard nasce il 2 agosto 1802 nella città francese di Lille.

Nel 1839, l’anno della fotografia, è un commerciante di stoffe e tessuti che, al pari di molti altri, rimane particolarmente colpito dalle vicende e dal clamore legati alla nuova scoperta ed inizia ad interessarsi al fenomeno della fotosensibilità.

Dal 1840 comincia a dedicarsi allo studio della calotipìa, il procedimento che Fox Talbot sta mettendo a punto e che sarà ufficializzato nell’anno successivo; questo interesse si concretizza nella realizzazione da parte sua della prima pubblicazione francese su tale procedimento, apparsa nel 1847.

Contestualmente Blanquart Evrard si dedica ad esperimenti propri, legati soprattutto al metodo di stampa delle copie positive e nel 1850 annuncia di aver messo a punto un nuovo supporto sensibile, costituito da fogli di carta albuminata.

Fino a quel momento, secondo la procedura studiata da Talbot, la tiratura delle copie positive da negativo calotipico avviene su fogli di carta salata.

L’elemento di novità introdotto da Blanquart Evrard è relativo all’uso dell’albume d’uovo come sostanza per far aderire i sali fotosensibili al foglio di carta, in analogia a quanto già sperimentato due anni prima da Abel Niépce de Saint Victor per le lastre negative su vetro.

Il procedimento all’albumina costituisce una notevole innovazione rispetto alla carta salata, in quanto per la prima volta il composto fotosensibile fatto di sali d’argento non impregna direttamente il supporto, ma è separato da questo dalla sostanza collante costituita dall’albume d’uovo. Continua la lettura di Louis Désiré Blanquart Evrard e la carta all’albumina

Il metodo Fox – Talbot: il calotipo

illiam Henry Fox Talbot. Carte de visite di John Moffat, Edimburgo 1866
William Henry Fox Talbot. Carte de visite di John Moffat, Edimburgo 1866

Mentre la febbre della fotografia sta dilagando in Europa, William Henry Fox Talbot continua nei suoi esperimenti tesi ad affinare il procedimento della carta salata.

I suoi tentativi non si sono mai interrotti ed è proprio nell’anno fatidico che egli acquisisce tutta una serie di conoscenze ed esperienze che si riveleranno di importanza fondamentale per il futuro della fotografia.

Grazie ad Herschel è venuto a conoscenza delle proprietà fissative del tiosolfato e quindi possiede il metodo per arrestare il processo di annerimento dei sali d’argento e rendere definitive e stabili le immagini prodotte sulla carta sensibilizzata.

Dai primi mesi del 1839 rivolge la sua attenzione verso nuovi materiali fotosensibili e ancora una volta sono svariate circostanze a spianargli la strada. Continua la lettura di Il metodo Fox – Talbot: il calotipo

Dall’eredità di Niépce al dagherrotipo.

Dagherre 1837  - L'Atelier de l'artiste -
Dagherre 1837 - L'Atelier de l'artiste -Una natura morta ripresa su una lastra allo joduro d’argento

In seguito alla morte di Joseph Nicéphore Niépce, nella società con Daguerre subentra il figlio Isidore Niépce, personaggio molto diverso dal genitore, che non porta alcun concreto contributo a livello sperimentale e di ricerca.

L’inattività del nuovo socio fornirà poi a Daguerre una buona occasione per affermare la propria preminenza, anche perché, come già si è detto, è uomo di forte personalità che tiene molto a mettere in evidenza il suo operato ed i suoi meriti.

Gli esperimenti quindi proseguono, fino a quando all’abilità si aggiunge un secondo caso fortunato.

Da quando si era reso conto della fotosensibilità dello joduro d’argento, Daguerre eseguiva pose di ore utilizzando lastre preparate con quest’ultimo sale. Continua la lettura di Dall’eredità di Niépce al dagherrotipo.