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	<title>Storia della fotografia - itinerario tra fatti, personaggi,  attrezzature e curiosità &#187; I pionieri</title>
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	<description>Itinerario tra fatti, personaggi,  attrezzature e curiosità che hanno fatto la storia della fotografia nel mondo.</description>
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		<title>La fotografia subacquea: Louis Boutan</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 14:05:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Assanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[I fotografi]]></category>
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		<category><![CDATA[1892]]></category>
		<category><![CDATA[Boutan]]></category>
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		<description><![CDATA[Il pioniere della foto subacquea è il biologo francese Louis Marie Auguste Boutan (1859 – 1934).
In gioventù segue studi di biologia e storia naturale e nel 1880 fa parte della delegazione francese all’Esposizione Universale tenutasi in quell’anno a Melbourne.
Dal 1884 per sei anni si dedica a ricerche sulla biologia marina presso il Marine Biological Laboratory [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1887" class="wp-caption alignleft" style="width: 258px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-12.jpg"><img class="size-medium wp-image-1887 " title="Foto 1" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-12-248x300.jpg" alt="Boutan ripreso in una delle prime foto subacquee" width="248" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Boutan ripreso in una delle prime foto subacquee</p></div>
<p>Il pioniere della foto subacquea è il biologo francese Louis Marie Auguste Boutan (1859 – 1934).</p>
<p>In gioventù segue studi di biologia e storia naturale e nel 1880 fa parte della delegazione francese all’Esposizione Universale tenutasi in quell’anno a Melbourne.</p>
<p>Dal 1884 per sei anni si dedica a ricerche sulla biologia marina presso il Marine Biological Laboratory Arago a Banyuls sur Mer e dal 1886 inizia a cimentarsi in immersioni subacquee; nello stesso periodo consegue il dottorato in scienze presso l’Università di Parigi.</p>
<p>Dal momento che si dedica anche alla <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fotografia/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con fotografia">fotografia</a>, nel 1892 ha l’idea di riprendere la vita sottomarina e, con l’aiuto del fratello Augusto, progetta e costruisce una scatola sigillata in grado di contenere una fotocamera di tipo “detective” in grado di utilizzare lastre di vetro di formato 9 x 12 cm.</p>
<p>Con questa attrezzatura riesce a riprendere alcuni immagini, portandosi, abbigliato da palombaro, a profondità che arrivano all’incirca ad una decina di metri.<span id="more-1883"></span></p>
<div id="attachment_1888" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-23.jpg"><img class="size-medium wp-image-1888 " title="Foto 2" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-23-300x195.jpg" alt="Un disegno esemplificativo della tecnica usata" width="300" height="195" /></a><p class="wp-caption-text">Un disegno esemplificativo della tecnica usata</p></div>
<p>Visti i primi positivi risultati si fa costruire un apparecchio fotografico anfibio di ragguardevoli dimensioni, in grado di ospitare lastre di formato 18 x 24 cm e dotato di un obiettivo ancora più luminoso di quelli usati all’epoca per riprendere foto istantanee; ciò naturalmente al fine di ovviare alla progressiva mancanza di luce conseguente alla discesa sott’acqua.</p>
<div id="attachment_1889" class="wp-caption alignleft" style="width: 172px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-31.jpg"><img class="size-medium wp-image-1889 " title="Foto 3" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-31-162x300.jpg" alt="Boutan con la sua fotocamera subacquea" width="162" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Boutan con la sua fotocamera subacquea</p></div>
<p>Arrivato ad una certa profondità però la luce naturale diventa comunque insufficiente e allora egli pensa ad un illuminatore artificiale.</p>
<p>Viene quindi realizzata un’attrezzatura simile ad un flash, costituita da un filamento di magnesio che brucia in un’ampolla di vetro piena di ossigeno sotto pressione per un tempo inferiore ad un secondo, tempo che diventa la lunghezza della posa per la ripresa fotografica; l’accensione viene provocata mediante il passaggio di corrente elettrica.</p>
<p>Successivamente questa attrezzatura sarà telecomandata mediante l’uso di un elettromagnete e ciò consentirà a Boutan di riprendere vere e proprie istantanee a circa 50 m di profondità.</p>
<p>Nel 1900 pubblica presso l’editore Sleicher  di Parigi il volume “La Photographie sous marine et les progrès de la photographie”.</p>
<p>Viene chiamato in Indocina e al suo ritorno, nel 1906, inizia a tenere delle lezioni presso la Facoltà di Scienze dell’Università di Bordeaux; nel 1915, sempre in collaborazione col fratello, sviluppa il progetto di una fotocamera subacquea per l’esercito.</p>
<div id="attachment_1890" class="wp-caption alignright" style="width: 262px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-4.jpg"><img class="size-medium wp-image-1890 " title="Foto 4" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-4-252x300.jpg" alt="Louis Marie Auguste Boutan" width="252" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Louis Marie Auguste Boutan</p></div>
<p>Diventa in seguito direttore del Laboratorio di Zoologia di Arcachon e Ispettore della Pesca, ruolo che mantiene fino al ritiro dall’attività lavorativa.</p>
<p>E’ stato anche un prolifico autore di testi scientifici: oltre a numerose pubblicazioni per studenti  rimangono di lui due monografie e oltre duecento articoli di carattere scientifico.</p>
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		<title>La fotocamera stereoscopica</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 16:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Assanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[I pionieri]]></category>
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		<description><![CDATA[Gli esperimenti finalizzati alla realizzazione di uno strumento in grado di riprodurre la visione stereoscopica hanno inizio nella prima metà del XIX secolo ad opera del geniale fisico inglese sir Charles Wheatstone (1802-1875).
Si tratta di un personaggio dagli interessi più svariati, che vanno dalle immagini tridimensionali al telegrafo, dagli strumenti musicali (il symphonium, la concertina) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1874" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto11.jpg"><img class="size-full wp-image-1874 " title="Foto1" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto11.jpg" alt="Sir Charles Wheatstone" width="250" height="294" /></a><p class="wp-caption-text">Sir Charles Wheatstone</p></div>
<p>Gli esperimenti finalizzati alla realizzazione di uno strumento in grado di riprodurre la visione stereoscopica hanno inizio nella prima metà del XIX secolo ad opera del geniale fisico inglese sir Charles Wheatstone (1802-1875).</p>
<p>Si tratta di un personaggio dagli interessi più svariati, che vanno dalle immagini tridimensionali al telegrafo, dagli strumenti musicali (il <em>symphonium, </em>la<em> concertina</em>) alla scrittura crittografica, fino all’elettricità.</p>
<p>Nel 1832 studia un sistema di specchi e prismi, realizzando uno strumento che nella forma ricorda un binocolo e che nel 1838 viene brevettato e presentato alla Royal Scottish Society of Arts come qualcosa “<em>that it be called a Stereoscope, to indicate his property of representing solid figures</em>”, rifacendosi così alla terminologia adottata due secoli prima da François de Aguilón: le immagini sono naturalmente dei disegni.</p>
<p>A seguito della scoperta della <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fotografia/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con fotografia">fotografia</a> egli intuisce le possibilità del nuovo mezzo e cerca di interessare alla stereoscopia i protofotografi inglesi Jean Francois Antoine Claudet, Richard Beard ed Henry Collen.<span id="more-1869"></span></p>
<p>Quello che più di ogni altro si dedicherà a questo particolare tipo di riprese sarà Claudet.</p>
<div id="attachment_1875" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-22.jpg"><img class="size-medium wp-image-1875  " title="Foto 2" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-22-300x297.jpg" alt="Lo stereoscopo di Brewster" width="300" height="297" /></a><p class="wp-caption-text">Lo stereoscopio di Brewster</p></div>
<p>Lo strumento ideato da Wheatstone è un oggetto alquanto ingombrante che incontra scarso successo e bisogna attendere il 1849, anno in cui appare lo stereoscopio di sir David Brewster.</p>
<p>Brewster (1781-1868) è un fisico ed inventore scozzese che già dal 1815 è noto nel mondo scientifico per la sua riscoperta del caleidoscopio: nel 1849/50 mette a punto uno stereoscopio che al posto degli specchi utilizza delle lenti, realizzando in tal modo uno strumento del tutto originale rispetto a quello di Wheatstone.</p>
<p>Questo è uno dei motivi per cui esistono diversità di pareri sulla paternità dello strumento, diversità che non si esauriscono con i soli Wheatstone e Brewster in quanto entrano nella partita anche John Benjamin Dancer e il fotografo francese Achille Léon Quinet.</p>
<div id="attachment_1876" class="wp-caption alignleft" style="width: 191px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-3.jpg"><img class="size-medium wp-image-1876 " title="Foto 3" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Foto-3-181x300.jpg" alt="Sir David Brewster" width="181" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Sir David Brewster</p></div>
<p>Dancer è una delle figure più rilevanti del XIX secolo per quanto riguarda progettazione e costruzione di microscopi e soprattutto per l’applicazione della <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fotografia/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con fotografia">fotografia</a> al microscopio stesso (microfotografia).</p>
<p>Per quanto attiene la stereoscopia egli brevetta nel 1852 una prima versione di fotocamera binoculare, seguita nel 1856 da un successivo modello utilizzabile con lastre, sia al <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/collodio-umido/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con collodio umido">collodio umido</a> che al <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/collodio-secco/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con collodio secco">collodio secco</a>.</p>
<p>Nel frattempo, a Parigi, Achille Léon Quinet mette a punto negli anni 1853/54 una fotocamera binoculare che chiamerà “Quinetoscope”.</p>
<p>A questo proposito il già citato David Brewster, personaggio dotato di una certa vena polemica e di temperamento sanguigno, pubblicherà nel 1856 il volume “The Stereoscope: Its History, and Construction, with Its Applications to the Fine and Useful Arts of Education” nel quale citerà Quinet, affermando che <em>…Since the publication in 1849 of my description of the binocular camera, a similar instrument was proposed in Paris by a photographer, M. Quinet who gave it the name of Quinetoscope…</em>osservando che un tale nome<em> …means an instrument for seeing M. Quinet….</em>e che<em> …I have not seen this camera, but from the following notice of it by the Abbé Moigno, it does not appear to be different from mine</em>.</p>
<p>Come era successo per altri apparecchi, anche la fotocamera a doppio obiettivo per riprese stereoscopiche pare avere quindi più di un padre, di certo è che si tratta di un tipo di fotocamera che incontrerà grande fortuna fino alla fine dell’Ottocento, entrando in crisi nel momento in cui cominceranno ad apparire altre forme di visione stereoscopica, come il Tru Vue e più tardi il View Master.</p>
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		<title>Jean Francois Antoine Claudet</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 09:58:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Assanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[I fotografi]]></category>
		<category><![CDATA[I pionieri]]></category>
		<category><![CDATA[1839]]></category>
		<category><![CDATA[calotipo]]></category>
		<category><![CDATA[dagherrotipo]]></category>
		<category><![CDATA[David Brewster]]></category>
		<category><![CDATA[foto stereoscopica]]></category>
		<category><![CDATA[Jean Francois Antoine Claudet]]></category>
		<category><![CDATA[Louis Jacques Mandé Daguerre]]></category>
		<category><![CDATA[Petzval]]></category>
		<category><![CDATA[Richard Beard]]></category>
		<category><![CDATA[Royal Society]]></category>
		<category><![CDATA[William Henry Fox Talbot]]></category>

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		<description><![CDATA[Jean Francois Antoine Claudet nasce a Lyon, in Francia nel 1797.
Si avvicina alla fotografia nel momento stesso della sua scoperta in quanto è uno degli allievi di Louis Jacques Mande Daguerre.
Dal momento che vive in Inghilterra e possiede un’attività commerciale nel settore ottico, oltre ad apprendere dallo stesso inventore i dettagli operativi per produrre dagherrotipi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1821" class="wp-caption alignleft" style="width: 248px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/02/Foto-114.jpg"><img class="size-medium wp-image-1821  " title="Foto 1" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/02/Foto-114-238x300.jpg" alt="ean Francois Antoine Claudet nel 1860" width="238" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Jean Francois Antoine Claudet nel 1860</p></div>
<p>Jean Francois Antoine Claudet nasce a Lyon, in Francia nel 1797.</p>
<p>Si avvicina alla <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fotografia/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con fotografia">fotografia</a> nel momento stesso della sua scoperta in quanto è uno degli allievi di Louis Jacques Mande <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/daguerre/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Daguerre">Daguerre</a>.</p>
<p>Dal momento che vive in Inghilterra e possiede un’attività commerciale nel settore ottico, oltre ad apprendere dallo stesso inventore i dettagli operativi per produrre dagherrotipi, acquista da <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/daguerre/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Daguerre">Daguerre</a> anche la licenza per esercitare la nuova arte oltre Manica.</p>
<p>Già nel 1841 apre uno studio a Londra provocando perfino la reazione di Richard Beard, altro pioniere inglese del <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/dagherrotipo/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con dagherrotipo">dagherrotipo</a>, reazione sfociata in un contenzioso legale che si conclude in suo favore.</p>
<p>L’attività è chiaramente molto redditizia, tanto che alla prima sede situata in Adelaide Gallery verranno successivamente affiancati altri due studi in Regent’s Park e in Regent Street, quest’ultimo chiamato “Temple of Photography”.</p>
<p>Già nel 1842 egli viene in contatto anche con l’altro padre della <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fotografia/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con fotografia">fotografia</a>, William Henry <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fox-talbot/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Fox Talbot">Fox Talbot</a>, che lo persuade a sperimentare anche il suo <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/calotipo/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con calotipo">calotipo</a>.</p>
<p>Dopo un periodo di prove con quest’ultimo metodo Claudet dichiara però di preferire il procedimento dagherrotipico, che in quel momento è ancora effettivamente superiore dal punto di vista qualitativo: scrive infatti allo stesso Talbot che <em>…I say the Daguerreotype gives images more delicate, finer and of greater perfection than the Talbotype …<span id="more-1818"></span></em></p>
<p>Claudet inoltre non si limita, come altri, al semplice esercizio della nuova professione di fotografo, egli è anche uno sperimentatore ed un innovatore, dal momento che apporta sostanziali modifiche migliorative al trattamento chimico delle lastre dagherrotipiche.</p>
<p>Scopre per esempio che i vapori di cloro aumentano la sensibilità delle lastre stesse rispetto ai vapori di bromo, attenuando in tal modo uno dei principali inconvenienti in fase di ripresa, cioè i lunghissimi tempi di esposizione, soprattutto se riferiti al ritratto.</p>
<p>Allo stesso scopo nel 1845 inizia ad utilizzare obiettivi dotati della schema ottico ideato da Josef Maximilián <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/petzval/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Petzval">Petzval</a>, che gli consentono non solo di abbassare ulteriormente i tempi di esposizione, ma anche di aumentare il formato delle fotografie.</p>
<p>Sempre a proposito di ritratto si ritiene che sia stato il primo ad usare fondali dipinti per ambientare le foto di studio ed è pure sua l’idea di usare la luce di sicurezza di colore rosso per il trattamento dei materiali sensibili in camera oscura.</p>
<p style="text-align: center;">Nel 1848/49 mette a punto altri strumenti per tentare di misurare l’intensità della luce e per verificare la precisione della messa a fuoco e nel 1853 diventa membro della Royal Society.</p>
<div id="attachment_1822" class="wp-caption aligncenter" style="width: 425px"><img class="size-full wp-image-1822    " title="Foto 2" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2010/02/Foto-213.jpg" alt="Una stereofotografia opera di Claudet" width="415" height="200" /><p class="wp-caption-text">Una stereofotografia opera di Claudet</p></div>
<p>In questo periodo viene affascinato dalla possibilità della foto stereoscopica, tanto che nel 1858 brevetta lo “stereomonoscope” uno strumento con il quale dimostra la possibilità di simulare il movimento mediante la visione in successione di diverse immagini e ciò anche con uno certo spirito di competizione con Sir David Brewster, uno dei padri della foto stereoscopica.</p>
<p>Ottiene riconoscimenti personali di grande rilevanza, prima in dalla regina Vittoria (Photographer-in-ordinary) e alcuni anni dopo anche dall’imperatore francese Napoleone III.</p>
<p>Muore a Londra nel 1867: meno di un mese dopo la sua morte il suo “Temple of Photography” viene distrutto da un incendio nel quale vanno perdute gran parte delle immagini e delle testimonianze sulle ricerche svolte in campo fotografico.</p>
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		<title>Leon Warnerke e la pellicola in rullo</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 16:31:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Assanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[I materiali sensibili e i procedimenti]]></category>
		<category><![CDATA[I pionieri]]></category>
		<category><![CDATA[1875]]></category>
		<category><![CDATA[collodio secco]]></category>
		<category><![CDATA[esposimetro]]></category>
		<category><![CDATA[George Eastman]]></category>
		<category><![CDATA[Kodak]]></category>
		<category><![CDATA[Leon Warnerke]]></category>

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		<description><![CDATA[Una delle figure più curiose che popolano la storia della fotografia è quella di Leon Warnerke, un personaggio a proposito del quale è necessario ricorrere con frequenza ad espressioni del tipo &#8220;pare&#8221; oppure &#8220;si dice che …&#8221;.
Non vi è certezza assoluta nemmeno a proposito del nome, probabilmente uno pseudonimo, se non un vero e proprio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/12/Warnpart.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1044" title="Warnpart" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/12/Warnpart-300x243.jpg" alt="Warnpart" width="300" height="243" /></a>Una delle figure più curiose che popolano la storia della <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fotografia/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con fotografia">fotografia</a> è quella di Leon Warnerke, un personaggio a proposito del quale è necessario ricorrere con frequenza ad espressioni del tipo &#8220;pare&#8221; oppure &#8220;si dice che …&#8221;.</p>
<p>Non vi è certezza assoluta nemmeno a proposito del nome, probabilmente uno pseudonimo, se non un vero e proprio falso, né si conosce la data della nascita; per quanto riguarda il paese di provenienza, la maggioranza delle fonti lo dichiara russo di nascita, di certo vive ed opera in Inghiterra, paese nel quale arriva nel 1870, proveniente (pare) dalla Francia.</p>
<p>E’ ufficialmente un uomo d’affari e un fotografo (membro tra l’altro dell’autorevole <em>Photographic Society of Great Britain</em>), che però documenti successivi al suo periodo inglese definiscono come &#8220;noto falsario di banconote europee&#8221;, arrivando alcuni addirittura a considerarlo come uno dei maestri del XIX secolo nell’arte della falsificazione delle banconote, con una preferenza per il rublo.<span id="more-1042"></span></p>
<p>Si è detto che la sua storia ha avuto inizio nel momento in cui è fuggito dalla Russia perché anarchico o addirittura in quanto capo di un gruppo anarchico, ma qualcuno ha sostenuto invece si trattasse di una specie di agente sotto copertura, un infiltrato.</p>
<p>In ogni caso è un personaggio particolare, che vive una sorta di doppia vita alquanto misteriosa, durante la quale riesce anche a dare un contributo sperimentale alla storia dei supporti per emulsioni fotografiche, avendo brevettato nel 1875 il primo procedimento per produrre rulli di carta sensibilizzata.</p>
<p>Il suo metodo consiste nel far aderire uno strato di gelatina sensibilizzata con sali d’argento ad una striscia di carta che viene avvolta in rullo ed esposta in una fotocamera opportunamente predisposta: dopo l’esposizione la gelatina deve essere staccata dalla carta per essere sviluppata dopo essere stata appoggiata su una lastra di vetro.</p>
<p>Su questi esperimenti scrive anche degli articoli per riviste e probabilmente in seguito a ciò che viene ammesso alla prestigiosa<em> Photographic Society of Great Britain</em>, di cui certamente fa parte in quanto il suo nome appare, anche in posizione di notevole responsabilità, in un documento del 1883.</p>
<p>Il metodo non ha però futuro immediato, in quanto il film staccato dalla carta risulta fragile e difficoltoso da maneggiare nei bagni di trattamento e inoltre mostra una sensibilità troppo bassa.</p>
<p>Se da una parte il metodo di Warnerke si dimostra sul piano pratico complicato e costoso, dall’altra è di estrema rilevanza nella storia dei procedimenti fotografici, in quanto sarà a questo principio dell’emulsione sensibile stesa su una striscia di carta che si ispirerà <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/george-eastman/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con George Eastman">George Eastman</a>, il fondatore della <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/kodak/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Kodak">Kodak</a>, per lanciare le sue prime pellicole, brevettate nel 1884, prodotte dal 1886 ed impiegate sulla <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/kodak/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Kodak">Kodak</a> N° <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/1839/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con 1">1</a> dal 1888.</p>
<p>Va notato a tale proposito che Eastman è in Inghiterra nel 1879 per depositare la sua prima creazione, una macchina per la produzione in serie di lastre al <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/collodio-secco/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con collodio secco">collodio secco</a>.</p>
<p>L’attività di sperimentatore di Warnerke è legata anche a tentativi di realizzare uno strumento in grado di misurare la quantità di luce, un abbozzo di quello che sarà poi l’<a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/esposimetro/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con esposimetro">esposimetro</a>.</p>
<p>Negli ultimi anni del XIX secolo non si trovano notizie dell’attività di Leon Warnerke e di lui piano piano non si sente più parlare.</p>
<p>Si dice che abbia simulato la sua scomparsa nel 1900.</p>
<p>Naturalmente, e non poteva essere altrimenti visto il personaggio, anche la data, il luogo e le circostanze della morte rimangono ignote.</p>
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		<title>Richard Leach Maddox: le lastre in gelatina al bromuro d’argento</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 17:39:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Assanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[I materiali sensibili e i procedimenti]]></category>
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		<description><![CDATA[Durante gli anni in cui si stavano realizzando i primi esperimenti volti al superamento delle lastre al collodio umido, era stata valutata da alcuni non solo la possibilità di superare il problema rappresentato dal dover preparare le lastre immediatamente prima di usarle, ma anche di sostituire il collodio come elemento di supporto dell’emulsione fotosensibile ai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_754" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/12/foto-55.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-754 " title="foto-55" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/12/foto-55-150x150.jpg" alt="Il dottor Richard Leach Maddox" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Il dottor Richard Leach Maddox</p></div>
<p>Durante gli anni in cui si stavano realizzando i primi esperimenti volti al superamento delle lastre al <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/collodio-umido/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con collodio umido">collodio umido</a>, era stata valutata da alcuni non solo la possibilità di superare il problema rappresentato dal dover preparare le lastre immediatamente prima di usarle, ma anche di sostituire il collodio come elemento di supporto dell’emulsione fotosensibile ai sali d’argento.</p>
<p>I tentativi in questo senso avevano avuto un momento di stasi dopo il 1855, sia a seguito della messa a punto delle lastre al <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/collodio-secco/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con collodio secco">collodio secco</a> da parte di Jean Marie Taupenot, sia perché le prove fino ad allora effettuate non sembravano dare buon esito.</p>
<p>Già verso il 1850 Pointevin aveva tentato di sostituire il collodio con gelatina di origine animale, ma il sostanziale insuccesso a cui era andato incontro lo aveva indotto a desistere; erano trascorsi parecchi anni prima che nel 1868 l’inglese W.H. Harrison pubblicasse sul <em>The British Journal of Photography</em> un breve articolo intitolato &#8220;La filosofia delle lastre asciutte”, una anticipazione di un suo esperimento parzialmente riuscito con bromoioduro d’argento col quale aveva sensibilizzato uno strato di gelatina.<span id="more-752"></span></p>
<p>Ricoperta la lastra con questa gelatina, l’aveva esposta una volta asciutta, sviluppandola poi con il pirogallolo: l’immagine era comparsa abbastanza rapidamente, ma il negativo non era utilizzabile a causa della superficie approssimativa ed irregolare dell’emulsione.</p>
<p>Non riuscendo a superare questo difetto, scoraggiato, aveva interrotto i tentativi.</p>
<p>Dopo alcuni anni di silenzio, il giorno 8 settembre 1871 appare, ancora su <em>The British Journal of Photography</em>, un articolo di R.L. Maddox, nel quale egli annuncia di aver messo a punto un sistema per sensibilizzare le lastre con un’emulsione alla gelatina anziché al collodio usando bromuro d’argento come elemento fotosensibilile</p>
<p>Il dottor Richard Leach Maddox è un fisico inglese, medico e anche fotoamatore, che si è reso conto, praticando la <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fotografia/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con fotografia">fotografia</a>, del pericolo per la salute costituito dai bagni di preparazione e di trattamento delle lastre al collodio (soprattutto dai vapori di etere).</p>
<p>E’ nato il 4 agosto 1816, dopo gli studi ha vissuto per alcuni anni a Costantinopoli esercitando la professione di medico, professione che negli anni successivi al 1875 eserciterà in Corsica, a Bordighera e a Genova.</p>
<p>La comunicazione alla rivista inglese è accompagnata da alcune immagini riprese con le lastre in gelatina e presenta il taglio tipico dell’articolo scritto da un dilettante che ha realizzato un esperimento e lo vuole comunicare ad una rivista specializzata, non certo dello scienziato o dell’inventore che è consapevole di aver scoperto qualcosa di veramente originale e ne rivendica il primato.</p>
<p>Le cose che colpiscono maggiormente sono da una parte la modestia con la quale Maddox scrive chiaramente di non aver la presunzione di aver scoperto qualcosa di nuovo, “…<strong>did not assume to have proposed something new…&#8221;</strong>, ma semplicemente di avanzare una proposta di soluzione per il superamento delle lastre al collodio, dall’altra la precisazione riguardo al fatto che il suo procedimento è soltanto un inizio, l’indicazione di una strada che dovrà essere percorsa e sviluppata “<strong>…as far as may be judged at present, the process seems worthy of further and carefully carried out experiments; if found advantageous, progress in photography will be promoted by it</strong>”.</p>
<div id="attachment_757" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/12/Il-dottor-Richard-Leach-Maddox.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-757 " title="Il dottor Richard Leach Maddox" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/12/Il-dottor-Richard-Leach-Maddox-150x150.jpg" alt=" Richard Leach Maddox" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"> Richard Leach Maddox</p></div>
<p>Appare chiaro che egli non si rende conto di avere aperto una vera e propria nuova era nella storia della <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fotografia/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con fotografia">fotografia</a>, sia perché l’innovazione da lui indicata è l’ultima grande scoperta del XIX secolo nel campo delle emulsioni sensibili, sia perché negli anni successivi verrà perfezionata per quanto riguarda il tipo di alogenuro d’argento e di supporto (celluloide, acetato, …), ma rimarrà concettualmente invariata.</p>
<p>A causa di ciò ritiene di non dover brevettare il suo metodo, ricalcando in tal modo le orme di <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/frederick-scott-archer/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Frederick Scott Archer">Frederick Scott Archer</a> ai tempi del <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/collodio-umido/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con collodio umido">collodio umido</a>; naturalmente farà la sua stessa fine, finendo i suoi giorni in condizioni economiche non rosee nel maggio del 1902.</p>
<p>Il dottor Maddox non riceverà mai alcun beneficio economico dalla sua invenzione; nel 1892 i fotografi della Gran Bretagna, della Francia, della Germania e degli Stati Uniti a parziale riconoscimento del suo merito aprono per lui una sottoscrizione che gli frutta circa cinquecento sterline.</p>
<p>L’anno precedente la sua scomparsa la Royal Photographic Society inglese gli conferisce la “Progress Medal”, un riconoscimento prestigioso con il quale viene riaffermato al di là di ogni dubbio che le lastre in gelatina al bromuro d’argento sono una sua creatura, ma che certo non può ripagarlo dei mancati benefici economici di una scoperta che nel frattempo è stata non solo perfezionata e modificata, ma con la quale sono stati prodotti milioni di negativi su lastra.</p>
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		<title>Frederick Scott Archer e il collodio umido</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 14:49:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Assanti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Frederick Scott Archer nasce nel 1813 a Bishop’s Stortford, Gran Bretagna.
Trasferitosi a Londra, diventa scultore e si avvicina alla fotografia in quanto è il sistema migliore per riprendere le immagini dei suoi soggetti.
Insoddisfatto della qualità dei risultati ottenuti con il metodo di Fox Talbot a causa della insufficiente nitidezza e del basso contrasto, inizia a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_383" class="wp-caption alignleft" style="width: 215px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/11/Ritratto-Archer.jpg"><img class="size-medium wp-image-383 " title="Ritratto Archer" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/11/Ritratto-Archer-205x300.jpg" alt="Ritratto di Frederick Scott Archer" width="205" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Ritratto di <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/frederick-scott-archer/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Frederick Scott Archer">Frederick Scott Archer</a></p></div>
<p><a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/frederick-scott-archer/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Frederick Scott Archer">Frederick Scott Archer</a> nasce nel 1813 a Bishop’s Stortford, Gran Bretagna.</p>
<p>Trasferitosi a Londra, diventa scultore e si avvicina alla <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fotografia/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con fotografia">fotografia</a> in quanto è il sistema migliore per riprendere le immagini dei suoi soggetti.</p>
<p>Insoddisfatto della qualità dei risultati ottenuti con il metodo di <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fox-talbot/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Fox Talbot">Fox Talbot</a> a causa della insufficiente nitidezza e del basso contrasto, inizia a sperimentare un nuovo metodo di sensibilizzazione delle lastre, nel tentativo di coniugare la finezza del <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/dagherrotipo/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con dagherrotipo">dagherrotipo</a> con la praticità del <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/calotipo/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con calotipo">calotipo</a> e mantenendo quindi la possibilità di stampare più copie dallo stesso negativo.</p>
<p>Questo nuovo procedimento viene messo a punto già verso il 1848, ma è ufficializzato soltanto nel 1851 mediante la pubblicazione di un articolo sul numero di “The Chemist”, del marzo di quell’anno.</p>
<p>Le operazioni di sensibilizzazione iniziano stendendo sulla lastra di vetro un prodotto che sia in grado di farvi aderire l’elemento fotosensibilie.</p>
<p>Questo prodotto è il <strong>cotone collodio</strong> o <strong>binitrocellulosa</strong>, cioè un composto di nitrocellulosa e di azoto, quest’ultimo nella percentuale di circa il 12%; si presenta come una sostanza dalla consistenza viscosa dotata però di un aspetto perfettamente limpido e trasparente.</p>
<p>In certi casi, in alternativa al cotone collodio, è usato il<strong> fulmicotone</strong> o <strong>trinitrocellulosa</strong> o <strong>cotone fulminante</strong>, che tra l’altro è una sostanza altamente infiammabile ed esplosiva, tanto che nel  linguaggio comune, la locuzione “al fulmicotone” sta ad indicare un evento o un’azione che si verifica in tempi rapidissimi e/o con improvvisa violenza.<span id="more-382"></span></p>
<p>Si produce dalla mescolanza della cellulosa con acido nitrico e acido solforico.</p>
<p>L’elemento fotosensibile è invece costituito da nitrato d’argento.</p>
<p>Il cotone collodio (oppure il fulmicotone) viene sciolto in etere e vi si aggiunge ioduro di potassio; il prodotto ottenuto è una sorta di vernice trasparente che viene stesa su una lastra di vetro dove forma una sottilissima pellicola.</p>
<p>A questo punto la lastra è pronta per la sensibilizzazione, che avviene mediante immersione in una soluzione di nitrato d’argento; questo prodotto aderisce alla superficie spalmata con il collodio formando un velo di prodotto fotosensibile.</p>
<p>La lastra deve essere esposta mentre il nitrato d’argento è ancora umido e da tale particolarità il procedimento prende il nome (wet plate).</p>
<p>Dopo l’esposizione nella fotocamera la lastra viene sviluppata in una soluzione di acido pirogallico o di solfato ferroso ed infine fissata col tiosolfato producendo in tal modo un negativo su vetro che viene stampato per contatto su carta salata oppure su carta all’<a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/albumina/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con albumina">albumina</a>.</p>
<p>La sensibilità del nitrato d’argento umido è molto superiore a quella delle lastre all’<a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/albumina/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con albumina">albumina</a> e, in buone condizioni di luce diurna, pose di 20÷30 secondi producono già negativi stampabili.</p>
<p>Dal punto di vista pratico tale procedimento presenta un notevole inconveniente, costituito dal fatto che il fotografo è costretto a portare con sé l’attrezzatura per procedere alla sensibilizzazione delle lastre immediatamente prima di utilizzarle e deve quindi essere dotato di una specie di laboratorio mobile.</p>
<p>Questo laboratorio consiste normalmente in un carro coperto trainato da un cavallo.</p>
<p>L’uso di un carro è reso necessario non solo dall’uso delle lastre al <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/collodio-umido/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con collodio umido">collodio umido</a>, ma anche dalle dimensioni e dal peso delle fotocamere e degli stativi, soprattutto se si tiene conto che il formato di lastra normalmente utilizzato è approssimativamente compreso (prendendo a riferimento i formati odierni) fra il 13 x 18 cm e il 18 x 24 cm.</p>
<p>Nonostante tali difficoltà logistiche ed operative, le lastre al <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/collodio-umido/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con collodio umido">collodio umido</a> verranno utilizzate anche in condizioni di ripresa non proprio agevoli, come per esempio il reportage di guerra.</p>
<p>E’ con questo tipo di supporto che <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/roger-fenton/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Roger Fenton">Roger Fenton</a> e Felice Beato fotografano la guerra di Crimea e anche le prime immagini della guerra di Secessione americana vengono riprese da Mathew Brady e dai suoi collaboratori su tale materiale sensibile.</p>
<p><a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/frederick-scott-archer/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Frederick Scott Archer">Frederick Scott Archer</a> non brevetta il suo sistema, mettendolo a disposizione di chiunque e ciò appare coerente con le caratteristiche del personaggio, solitamente definito come un artista molto modesto e riservato.</p>
<p>Quindi il suo procedimento, benché molto utilizzato per alcuni anni, gli porta benefici economici quasi irrilevanti; a tale situazione di disagio vanno ad aggiungersi le cattive condizioni di salute in cui versa da tempo.</p>
<p>Muore nel 1857 a soli 44 anni, lasciando la sua famiglia in condizioni economiche alquanto precarie.</p>
<p>Sul n° 4 di “The Chemist” di quell’anno è riportata la notizia della sua morte, accompagnata da un breve resoconto sulla sua scoperta, annunciata sei anni prima proprio sulle pagine di quella stessa rivista; nell’articolo è annunciata l’apertura di una sottoscrizione in sua memoria ricordando che</p>
<p>“<strong><em>The Photographic world must acknowledge a deep sense of obligation to the lamented Mr. Archer, for his wonderful discovery of the application of Collodion to the Photographic process</em></strong>”.</p>
<p>La sottoscrizione, aperta dalla Regina d’Inghilterra con 20 sterline, si conclude con la donazione di 747 sterline alla famiglia.</p>
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		<title>Louis Désiré Blanquart Evrard e la carta all’albumina</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 11:21:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Assanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[I materiali sensibili e i procedimenti]]></category>
		<category><![CDATA[I pionieri]]></category>
		<category><![CDATA[1839]]></category>
		<category><![CDATA[1850]]></category>
		<category><![CDATA[Abel Niépce de Saint Victor]]></category>
		<category><![CDATA[albumina]]></category>
		<category><![CDATA[André Eugene Disderi]]></category>
		<category><![CDATA[calotipìa]]></category>
		<category><![CDATA[carta all’albumina]]></category>
		<category><![CDATA[carta salata]]></category>
		<category><![CDATA[cartes de visite]]></category>
		<category><![CDATA[Fox Talbot]]></category>
		<category><![CDATA[Louis Désiré Blanquart Evrard]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Sutton]]></category>

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		<description><![CDATA[Louis Désiré Blanquart Evrard nasce il 2 agosto 1802 nella città francese di Lille.
Nel 1839, l’anno della fotografia, è un commerciante di stoffe e tessuti che, al pari di molti altri, rimane particolarmente colpito dalle vicende e dal clamore legati alla nuova scoperta ed inizia ad interessarsi al fenomeno della fotosensibilità.
Dal 1840 comincia a dedicarsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_333" class="wp-caption alignleft" style="width: 234px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/11/ooo.png"><img class="size-medium wp-image-333 " title="ooo" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/11/ooo-224x300.png" alt="Louis Désiré Blanquart Evrard (Bibliothèque municipale de Lille, Fonds Lefebvre 5, 16 – stampa all’albumina)" width="224" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Louis Désiré Blanquart Evrard (Bibliothèque municipale de Lille, Fonds Lefebvre 5, 16 – stampa all’<a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/albumina/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con albumina">albumina</a>)</p></div>
<p>Louis Désiré Blanquart Evrard nasce il <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/1840/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con 2">2</a> agosto 1802 nella città francese di Lille.</p>
<p>Nel 1839, l’anno della <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fotografia/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con fotografia">fotografia</a>, è un commerciante di stoffe e tessuti che, al pari di molti altri, rimane particolarmente colpito dalle vicende e dal clamore legati alla nuova scoperta ed inizia ad interessarsi al fenomeno della fotosensibilità.</p>
<p>Dal 1840 comincia a dedicarsi allo studio della calotipìa, il procedimento che <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fox-talbot/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Fox Talbot">Fox Talbot</a> sta mettendo a punto e che sarà ufficializzato nell’anno successivo; questo interesse si concretizza nella realizzazione da parte sua della prima pubblicazione francese su tale procedimento, apparsa nel 1847.</p>
<p>Contestualmente Blanquart Evrard si dedica ad esperimenti propri, legati soprattutto al metodo di stampa delle copie positive e nel 1850 annuncia di aver messo a punto un nuovo supporto sensibile, costituito da fogli di carta albuminata.</p>
<p>Fino a quel momento, secondo la procedura studiata da Talbot, la tiratura delle copie positive da negativo calotipico avviene su fogli di carta salata.</p>
<p>L’elemento di novità introdotto da Blanquart Evrard è relativo all’uso dell’albume d’uovo come sostanza per far aderire i sali fotosensibili al foglio di carta, in analogia a quanto già sperimentato due anni prima da Abel Niépce de Saint Victor per le lastre negative su vetro.</p>
<p>Il procedimento all’<a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/albumina/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con albumina">albumina</a> costituisce una notevole innovazione rispetto alla carta salata, in quanto per la prima volta il composto fotosensibile fatto di sali d’argento non impregna direttamente il supporto, ma è separato da questo dalla sostanza collante costituita dall’albume d’uovo.<span id="more-326"></span></p>
<p>Ciò determina un notevole miglioramento della qualità delle immagini, in quanto la visibilità delle fibre cartacee diminuisce nettamente conferendo alla copie positive maggiore dettaglio e ricchezza di toni.</p>
<p>Il procedimento prevede che sul foglio di carta venga prima spalmata una mescolanza di albume d’uovo e cloruro di ammonio, poi aggiunto nitrato d’argento.</p>
<p>Le stampe all&#8217;<a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/albumina/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con albumina">albumina</a> vengono generalmente virate all&#8217;oro, che, come tutti i viraggi, ne aumenta la stabilità e quindi la durata; questo trattamento, costituito essenzialmente da cloruro d’oro, fa assumere all’immagine una colorazione che, in relazione alla concentrazione di cloruro e al pH del bagno, va dal nero porpora al bruno caldo, dal viola-malva fino al rosaceo nelle alte luci.</p>
<p>In genere questo trattamento conferisce alla stampa una particolare morbidezza di toni dovuta anche all’effetto “collaterale” di abbassare il livello di contrasto.</p>
<p>La carta all’<a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/albumina/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con albumina">albumina</a> verrà utilizzata a partire dal 1854 anche per stampare le “cartes de visite”, i ritratti fotografici delle dimensioni di un biglietto da visita montati su cartoncino, brevettati dal fotografo ritrattista francese André Eugene Disderi.</p>
<div id="attachment_336" class="wp-caption alignright" style="width: 255px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/11/Albero-1.jpg"><img class="size-medium wp-image-336 " title="Albero 1" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/11/Albero-1-245x300.jpg" alt="Una foto di Louis Désiré Blanquart Evrard  stampata su carta all’albumina (www.getty.edu)" width="245" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Una foto di Louis Désiré Blanquart Evrard  stampata su carta all’<a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/albumina/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con albumina">albumina</a> (www.getty.edu)</p></div>
<p>L’unico inconveniente pratico della carta all’<a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/albumina/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con albumina">albumina</a> è la tendenza ad arrotolarsi, anche per lo spessore minimo che la caratterizza: per questo motivo le stampe devono necessariamente essere incollate su un cartone che faccia loro da supporto.</p>
<p>L’utilizzazione pratica del nuovo sistema di stampa viene avviata da Blanquart Evrard a Lille già nel 1851 quando, in collaborazione con Hippolyte Fockedey, fonda la società “<strong><em>Photographique Imprimerie</em></strong>”, la prima azienda francese a produrre copie fotografiche su larga scala e ad impiegare un certo numero di dipendenti; vengono prodotte serie di stampe delle immagini realizzate dallo stesso Blanquart Evrard e anche da altri fotografi, tra cui John Beasly Greene, Charles Marville e Henri Le Secq.</p>
<p>Questa attività va avanti dal 1851 al 1855 e le succede la “<strong><em>Blanquart Evrard Printing Company</em></strong>”, costituita allo stesso scopo.</p>
<p>Louis Désiré Blanquart Evrard nel 1856 fonda anche, assieme a Thomas Sutton, la rivista “<strong><em>Photographic Notes</em></strong>”, una pubblicazione che uscirà per undici anni.</p>
<p>Il metodo di sensibilizzazione all’<a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/albumina/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con albumina">albumina</a>, che tra l’altro consente dei tempi molto più rapidi di produzione delle copie positive rispetto alla carta salata di Talbot, verrà impiegato fino agli ultimi anni del XIX secolo; verso il 1870 con questo sistema comincerà ad essere avviata anche la produzione di carta sensibile con metodi protoindustriali.</p>
<p>Louis Désiré Blanquart Evrard muore il 28 aprile 1872.</p>
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		<title>Claude Félix Abel Niépce de Saint Victor</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 10:23:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Assanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[I pionieri]]></category>
		<category><![CDATA[1848]]></category>
		<category><![CDATA[albumina]]></category>
		<category><![CDATA[bromuro d’argento]]></category>
		<category><![CDATA[Claude Félix Abel Niépce de Saint Victor]]></category>
		<category><![CDATA[Janez Puhar]]></category>
		<category><![CDATA[lastre di vetro]]></category>
		<category><![CDATA[Nicephore Niépce]]></category>

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		<description><![CDATA[Claude Félix Abel Niépce de Saint Victor nasce nel 1805 a Saint Cyr (Saône et Loire), figlio di un cugino di primo grado di Nicephore Niépce.
Segue la carriera militare che lo porta a diventare tenente del 1° Reggimento dei Dragoni e nel 1843 capitano della guardia municipale di Parigi.
Nell’ambito dei suoi studi di fisica e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_317" class="wp-caption alignleft" style="width: 140px"><img class="size-full wp-image-317" title="hhh" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/11/hhh.jpg" alt="Claude Félix Abel Niépce de Saint Victor" width="130" height="172" /><p class="wp-caption-text">Claude Félix Abel Niépce de Saint Victor</p></div>
<p>Claude Félix Abel Niépce de Saint Victor nasce nel 1805 a Saint Cyr (Saône et Loire), figlio di un cugino di primo grado di Nicephore Niépce.</p>
<p>Segue la carriera militare che lo porta a diventare tenente del <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/1839/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con 1">1</a>° Reggimento dei Dragoni e nel 1843 capitano della guardia municipale di Parigi.</p>
<p>Nell’ambito dei suoi studi di fisica e di chimica si occupa ripetutamente delle sostanze fotosensibili, cercando in particolare dei metodi per produrre immagini a colori e per realizzare incisioni col metodo fotomeccanico.</p>
<p>Il procedimento per il quale ha un posto nella storia della <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fotografia/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con fotografia">fotografia</a> è però relativo alla fotosensibilizzazione di lastre di vetro, materiale alternativo rispetto ai supporti utilizzati fino a quel momento per riprendere immagini in camera oscura, cioè la lastra dagherrotipica argentata per elettrolisi o il semplice foglio di carta.</p>
<p>I suoi esperimenti si concretizzano nel 1847, anno nel quale tenta anche di realizzare riprese a colori senza però riuscire a fissarle.</p>
<p>Il vetro è un materiale che se da un lato risolve l’inconveniente comune a tutte le immagini positive dirette, cioè l’inversione destra/sinistra, è però una superficie molto difficile da trattare nel momento in cui bisogna farle aderire la sostanza fotosensibile.<span id="more-314"></span></p>
<p>Niépce de Saint Victor usa come adesivo l’albume d’uovo, tentando per la prima volta di sfruttare le prorietà collanti di una sostanza che poi, per decine di anni, sarà una delle più utilizzate nella preparazione di supporti fotosensibili, sia negativi che positivi.</p>
<p>Nel 1847 è ormai noto che è il bromuro d’argento il sale più sensibile alla luce ed è quindi con esso che si procede alla sensibilizzazione.</p>
<p>Dopo che la lastra di vetro è stata opportunamente preparata e pulita bisogna “<strong><em> &#8230; preparare delle chiare d’uovo con una soluzione di acqua satura di ioduro di potassio, battere a neve e lasciare riposare …</em></strong>” , dopodiché l’albume sbattuto viene steso sulla lastra stessa e lasciato seccare: immediatamente prima della ripresa fotografica avviene la sensibilizzazione mediante immersione in una soluzione di bromuro d’argento.</p>
<p>Le lastre così preparate presentano però una bassa sensibilità e richiedono pertanto esposizioni prolungate, che in normale luce diurna si aggirano anche sui dieci minuti; questa caratteristica ne limita l’uso a foto statiche e quindi l’elemento di vera innovazione contenuto nel procedimento è, come già detto a proposito di Janez Puhar, la scelta di un materiale di supporto che non è necessario rendere trasparente per essere stampato in positivo.</p>
<p>Abel Niépce de Saint Victor comunica all’Accademia delle Scienze francese la messa a punto del suo metodo per la sensibilizzazione delle lastre di vetro all’<a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/albumina/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con albumina">albumina</a> nell’ottobre del 1847 e ne chiarisce i particolari il 12 giugno 1848, anticipando Puhar e togliendogli, anche se inconsapevolmente, la priorità per quanto attiene la pubblicazione dell’idea di usare il vetro come supporto per negativi fotografici.</p>
<p>Nel 1856 rende noto anche il metodo per la stampa fotomeccanica delle immagini, descrivendolo nella pubblicazione <strong><em>Traité pratique de gravure héliographique</em></strong>.</p>
<p>Pubblica frequentemente articoli nel giornale parigino <strong><em>La Lumière</em></strong> e dal 1862 è membro della<strong><em> Société française de photographie</em></strong>.</p>
<p>Muore a Parigi nel 1870.</p>
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		<title>Janez Puhar</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 10:31:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Assanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[I pionieri]]></category>
		<category><![CDATA[1847]]></category>
		<category><![CDATA[calotipo]]></category>
		<category><![CDATA[camera oscura]]></category>
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		<description><![CDATA[Janez Auguštin Puhar nasce il 2 agosto 1814 in una famiglia di scalpellini, a Kranj, in Slovenia.
Dopo gli studi elementari frequenta scuole di grado più elevato a Lubiana; è eccezionalmente portato ad imparare le lingue straniere e infatti parlerà correntemente il tedesco, l’inglese, il francese e l’italiano.
Non solo è molto attratto dalla matematica, dalla fisica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_290" class="wp-caption alignleft" style="width: 229px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/11/PUHAR_J.jpg"><img class="size-medium wp-image-290 " title="PUHAR_J" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/11/PUHAR_J-219x300.jpg" alt="Janez Auguštin Puhar " width="219" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Janez Auguštin Puhar </p></div>
<p>Janez Auguštin Puhar nasce il <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/1840/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con 2">2</a> agosto 1814 in una famiglia di scalpellini, a Kranj, in Slovenia.</p>
<p>Dopo gli studi elementari frequenta scuole di grado più elevato a Lubiana; è eccezionalmente portato ad imparare le lingue straniere e infatti parlerà correntemente il tedesco, l’inglese, il francese e l’italiano.</p>
<p>Non solo è molto attratto dalla matematica, dalla fisica e dalla chimica, ma ha talento musicale ed è in grado di suonare vari strumenti.</p>
<p>Al termine degli studi, per assecondare il desiderio di sua madre, entra in seminario e nel 1838 è ordinato sacerdote.</p>
<p>Dal 1839 svolge il ministero sacerdotale a Metlika ed è nel corso di quest’anno o del successivo che viene raggiunto dalla notizia della scoperta di <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/daguerre/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Daguerre">Daguerre</a>; da persona curiosa ed eccezionalmente dotata qual è, probabilmente (non vi sono testimonianze in merito) cerca di informarsi sul procedimento dagherrotipico ed inizia ad effettuare tentativi personali di riprese fotografiche.<span id="more-289"></span></p>
<p>Il primo documento che cita i suoi esperimenti è un articolo apparso su una pubblicazione locale il 10 maggio 1841, dove il <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/dagherrotipo/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con dagherrotipo">dagherrotipo</a> è descritto anche in quanto collegato ad una nuova invenzione e al nome di Janez Puhar.</p>
<p>Queste prime notizie sono seguite da un secondo articolo dal titolo “Neu erfundenes Verfahren, transparente Heliotypen auf Glassplatten darzustellen” firmato da <strong><em>JP, sacerdote in Gorenjska</em></strong>, pubblicato il 28 aprile 1843.</p>
<p>Con un titolo parzialmente modificato lo scritto viene nuovamente pubblicato il 3 maggio dello stesso anno dal famoso giornale di Graz “Innerösterreichisches Industrie und Gewerbe Blatt”.</p>
<p>L’aspetto più rilevante del metodo utilizzato da Puhar è l’uso di un supporto di vetro in sostituzione della lastra argentata per elettrolisi prevista dal procedimento <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/daguerre/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Daguerre">Daguerre</a>; non è chiaro se tale uso sia collegato a motivi di carattere tecnico o semplicemente economico (la lastra argentata è sicuramente più costosa), sta di fatto che il supporto trasparente in vetro è in grado di ovviare al principale “inconveniente” del <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/dagherrotipo/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con dagherrotipo">dagherrotipo</a>, cioè l’inversione destra/sinistra: basta guardare l’immagine dalla parte opposta a quella sulla quale si trova l’elemento fotosensibile per vederla correttamente orientata.</p>
<p>Dal momento che il procedimento messo a punto da <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/daguerre/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Daguerre">Daguerre</a> è indissolubilmente legato alla superficie argentata della lastra, è evidente che Puhar, avendo cambiato il materiale di supporto, deve cambiare anche il metodo di sensibilizzazione.</p>
<p>Egli mette un sottile strato di zolfo su una lastra di vetro pulita e riscaldata, che viene sensibilizzata con vapori di iodio; nella camera oscura la lastra viene esposta per un periodo di tempo compreso fra quindici secondi e un minuto e contemporaneamente sviluppata con vapori di mercurio.</p>
<p>La debole immagine formatasi direttamente sotto l’azione della luce viene esposta ai vapori di bromo e stabilizzata con alcool.</p>
<p>L’intero procedimento richiede un tempo variabile fra i cinque e gli otto minuti.</p>
<p>Guardando l’immagine su fondo scuro e con un angolo visuale adeguato, essa appare positiva.</p>
<p>Puhar prosegue nelle sue prove, nel frattempo però sono in molti a tentare esperimenti sui materiali fotosensibili, dal momento che, prima l’apparizione del <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/dagherrotipo/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con dagherrotipo">dagherrotipo</a> e poi quella del <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/calotipo/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con calotipo">calotipo</a>, hanno portato la <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fotografia/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con fotografia">fotografia</a> all’attenzione di tutto il mondo scientifico e non soltanto di quello.</p>
<div id="attachment_291" class="wp-caption alignright" style="width: 257px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/11/img1058.jpg"><img class="size-medium wp-image-291 " title="img1058" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/11/img1058-247x300.jpg" alt="Una delle immagini riprese da Puhar " width="247" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Una delle immagini riprese da Puhar </p></div>
<p>Sta di fatto che nel 1847/48, Claude Félix Abel Niépce de Saint Victor annuncia a Parigi di aver messo a punto una tecnica che prevede non più l’uso della carta come supporto per produrre immagini negative, così come brevettato da <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fox-talbot/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Fox Talbot">Fox Talbot</a>, bensì l’utilizzazione di una lastra di vetro.</p>
<p>Si ripete per certi aspetti ciò che era successo nel 1839 tra <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fox-talbot/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Fox Talbot">Fox Talbot</a> e <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/daguerre/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Daguerre">Daguerre</a>.</p>
<p>Per avere il riconoscimento della priorità della scoperta almeno in Slovenia, Puhar riferisce i principi della sua invenzione alla Società Naturalistica di Lubiana nel 1849, ma ogni tentativo successivo di far riconoscere il suo diritto di precedenza rispetto ad Abel Niépce de Saint Victor risulteranno vani.</p>
<p>Purtroppo per Puhar il suo metodo non era stato fin dall’inizio sufficientemente pubblicizzato (probabilmente ciò era al di fuori delle sue possibilità), tanto che la notizia della sua scoperta raggiungerà Vienna, capitale dell’Impero, non prima del 1850 e soltanto due anni dopo sarà conosciuta a Parigi.</p>
<p>Nel 1851 gli viene attribuita una medaglia di bronzo avendo preso parte all’Esposizione Industriale di Londra e nello stesso anno la sua invenzione viene finalmente pubblicizzata nel resoconto dell’Accademia delle Arti e delle Scienze di Vienna, consentendogli di avere, se non la precedenza su Abel Niépce de Saint Victor, almeno il generale riconoscimento del lavoro svolto.</p>
<p>Nel luglio del 1852 gli viene attribuito un altro premio dall’Académie Nationale Agricole, Manufacturière et Commerciale francese e nello stesso anno partecipa ad un’esposizione industriale tenutasi a New York.</p>
<p>Sempre nel 1852 il giornale parigino La Lumiere pubblica due pezzi relativi al suo metodo: il primo riassume la relazione dello stesso Janez Puhar che nel 1851 era stata pubblicata dall’Accademia delle Arti e delle Scienze di Vienna, il secondo è un articolo di Viscount Louisa de Daxa sull’attività del prete sloveno, dove viene descritto il procedimento per riprendere immagini su lastra di vetro.</p>
<p>E’ da quest’ultimo scritto che viene desunto il sistema di sensibilizzazione precedentemente descritto, che fino a quel momento non era stato divulgato nei dettagli e che appare databile al 1842.</p>
<p>Il suo metodo positivo diretto non avrà seguito in quanto i vantaggi del procedimento negativo/positivo, già descritti parlando di <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fox-talbot/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Fox Talbot">Fox Talbot</a>, non solo sono innegabili, ma verranno ulteriormente evidenziati dall’uso di un supporto trasparente; il negativo su vetro sarà rimpiazzato soltanto dall’introduzione della pellicola in rullo e dalle pellicole piane per i grandi formati.</p>
<p>L’elemento veramente innovativo introdotto da Puhar non è quindi relativo all’aspetto “chimico” del procedimento, ma all’intuizione di utilizzare un supporto di per sé trasparente in luogo della lastra argentata di <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/daguerre/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Daguerre">Daguerre</a> o della carta unta o cerata di <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fox-talbot/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Fox Talbot">Fox Talbot</a>.</p>
<p>Gli ultimi anni della sua vita sono segnati dalla malattia, probabilmente dovuta agli esperimenti compiuti e alle conseguenti continue esposizioni ai vapori di zolfo, bromo e mercurio.</p>
<p>Quando la sua salute è ormai irrimediabilmente compromessa ritorna nella sua casa di Kranj dove muore il 7 agosto 1864; lì una targa commemorativa ricorda il suo contributo al progresso della tecnica fotografica.<br />
Fonte: <a href="http://www.fotodrustvo-kranj.si/" target="_blank">www.fotodrustvo-kranj.si</a></p>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --> <!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
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		<title>Il metodo Fox &#8211; Talbot: il calotipo</title>
		<link>http://www.storiadellafotografia.it/2009/10/31/il-metodo-fox-talbot-il-calotipo/</link>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2009 15:35:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Assanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[I materiali sensibili e i procedimenti]]></category>
		<category><![CDATA[I pionieri]]></category>
		<category><![CDATA[1840]]></category>
		<category><![CDATA[ambrotipo]]></category>
		<category><![CDATA[bromuro d’argento]]></category>
		<category><![CDATA[calotipo]]></category>
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		<category><![CDATA[ferrotipo]]></category>
		<category><![CDATA[Herschel]]></category>
		<category><![CDATA[Louis Jacques Mandé Daguerre]]></category>
		<category><![CDATA[the pencil of nature]]></category>
		<category><![CDATA[William Henry Fox Talbot]]></category>

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		<description><![CDATA[Mentre la febbre della fotografia sta dilagando in Europa, William Henry Fox Talbot continua nei suoi esperimenti tesi ad affinare il procedimento della carta salata.
I suoi tentativi non si sono mai interrotti ed è proprio nell’anno fatidico che egli acquisisce tutta una serie di conoscenze ed esperienze che si riveleranno di importanza fondamentale per il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_215" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/10/1.jpg"><img class="size-full wp-image-215 " title="1" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/10/1.jpg" alt="illiam Henry Fox Talbot. Carte de visite di John Moffat, Edimburgo 1866" width="200" height="235" /></a><p class="wp-caption-text">William Henry <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fox-talbot/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Fox Talbot">Fox Talbot</a>. Carte de visite di John Moffat, Edimburgo 1866</p></div>
<p>Mentre la febbre della <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fotografia/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con fotografia">fotografia</a> sta dilagando in Europa, William Henry <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fox-talbot/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Fox Talbot">Fox Talbot</a> continua nei suoi esperimenti tesi ad affinare il procedimento della carta salata.</p>
<p>I suoi tentativi non si sono mai interrotti ed è proprio nell’anno fatidico che egli acquisisce tutta una serie di conoscenze ed esperienze che si riveleranno di importanza fondamentale per il futuro della <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fotografia/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con fotografia">fotografia</a>.</p>
<p>Grazie ad Herschel è venuto a conoscenza delle proprietà fissative del tiosolfato e quindi possiede il metodo per arrestare il processo di annerimento dei sali d’argento e rendere definitive e stabili le immagini prodotte sulla carta sensibilizzata.</p>
<p>Dai primi mesi del 1839 rivolge la sua attenzione verso nuovi materiali fotosensibili e ancora una volta sono svariate circostanze a spianargli la strada.<span id="more-214"></span></p>
<p>Inizia ad impiegare come elementi sensibilizzanti il nitrato d’argento ed il bromuro di potassio, determinando una reazione chimica che porta alla formazione di bromuro d’argento, cioè il più sensibile degli alogenuri d’argento, tutt’ora utilizzato come uno degli ingredienti primari delle emulsioni fotografiche.</p>
<p>Il massimo risultato lo ottiene quando usa tale procedimento su fogli di carta già trattati con il vecchio metodo al cloruro d’argento.</p>
<p>Il risultato è talmente incoraggiante che Talbot, negli appunti che descrivono minuziosamente i suoi tentativi, dà a questo tipo di carta sensibile il nome di Waterloo paper, anche se non renderà mai pubblica questa denominazione.</p>
<p>Il significato è molto chiaro se si pensa che il suo “avversario” è francese ed è a Waterloo che dall’inglese Wellington fu sconfitto definitivamente Napoleone.</p>
<p>Gli esperimenti comunque non si fermano e anche questo prodotto, per quanto sensibile, viene rapidamente superato da nuove formule, ma soprattutto dall’uso dell’acido gallico, ottenuto dall’infusione delle galle che si formano sui tronchi o sulle foglie di diverse specie vegetali a causa della parassitosi di funghi o batteri.</p>
<p>Già si è detto che lo stesso Herschel ne aveva scoperto le proprietà, ritenendolo capace di intensificare la fotosensibilità dei sali d’argento, ma sono anche le prove eseguite da un altro protofotografo meno noto, lo scienziato inglese Joseph B. Reade, a renderlo consapevole dell’importanza di questo prodotto.</p>
<p>Gli esperimenti condotti fanno comprendere a Talbot che l’acido gallico non<br />
intensifica la sensibilità, ma in realtà accelera in maniera decisiva l’apparizione dell’immagine prodotta dalla camera oscura, cioè si comporta da agente rivelatore, quello che comunemente è chiamato uno <em><strong>sviluppo</strong></em>.</p>
<p><strong><em></em></strong></p>
<p>Il 23 settembre 1840 annota in un suo taccuino che usando l’acido gallico la carta estratta dalla camera oscura <em><strong>“ … spesso è completamente in bianco, ma, se la si tiene al buio, la raffigurazione comincia ad apparire spontaneamente e continua a migliorare per diversi minuti …”</strong></em> e che quindi nei fogli di carta esposti c’è <em><strong>“ … una specie di raffigurazione latente che può quindi essere rivelata”.</strong></em></p>
<p>I concetti di “latenza” e di “rivelazione” dell’immagine sono stati superati soltanto dalla <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fotografia/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con fotografia">fotografia</a> digitale.</p>
<div id="attachment_216" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/10/2.jpg"><img class="size-full wp-image-216 " title="2" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/10/2.jpg" alt="William Henry Fox Talbot. La porta aperta, stampa su carta salata da calotipo negativo, 1844. Da The Pencil of Nature, Tav. VI" width="300" height="226" /></a><p class="wp-caption-text">William Henry <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fox-talbot/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Fox Talbot">Fox Talbot</a>. La porta aperta, stampa su carta salata da <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/calotipo/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con calotipo">calotipo</a> negativo, 1844. Da The Pencil of Nature, Tav. VI</p></div>
<p>Talbot stesso fa fatica a credere a quello che sta osservando, ripete gli esperimenti, mettendo alla prova il metodo con esposizioni sempre più brevi e in condizioni di luce sempre più critiche fino a <strong><em>“ … dieci secondi al tramonto col tempo più cupo producono un’impressione invisibile che può essere rivelata”.</em></strong></p>
<p>L’annuncio della scoperta viene dato a Biot con una lettera, che lo scienziato francese legge all’Accademia delle Scienze di Parigi il 18 gennaio 1841 e con altre due comunicazioni del 5 e del 19 febbraio alla Literary Gazette; nella seconda propone di chiamare il suo procedimento “calotype”, cioè “bella immagine” termine di etimologia greca, successivamente modificato in “talbotype”, probabilmente in analogia al daguerrotype.</p>
<p>Vista l’esperienza precedente fatta con <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/daguerre/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Daguerre">Daguerre</a>, il giorno 8 febbraio brevetta il procedimento per l’Inghilterra e per il Galles.</p>
<p>Dal negativo su carta si può ottenere l’immagine positiva stampando su un altro foglio di carta sensibilizzato.</p>
<p>Il problema rappresentato dalla trasparenza, elemento che influenza pesantemente la qualità della copia positiva, viene risolto trattando il supporto cartaceo con cera o con prodotti oleosi in modo che la luce possa attraversare il negativo con maggiore facilità ed efficacia.</p>
<p>Si tratta di un’immagine di non eccelsa qualità, soprattutto se paragonata alla varietà e alla morbidezza dei toni del <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/dagherrotipo/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con dagherrotipo">dagherrotipo</a>, ma contiene due elementi di assoluta novità, che in breve ne decreteranno il successo: la stampa da negativo consente di superare direttamente l’inversione destra/sinistra e, soprattutto, da un negativo è possibile ottenere un numero teoricamente infinito di copie positive.</p>
<p>Semplificando si può riassumere il percorso di Talbot nella maniera seguente:</p>
<ul>
<li><strong>1a  fase &#8211; carta sensibilizzata al cloruro di sodio e nitrato d’argento</strong></li>
</ul>
<p>Le immagini si producono direttamente perché la mescolanza cloruro di sodio/nitrato d’argento fa sì che l’immagine diventi visibile, in negativo, finché dura l’esposizione e che l’annerimento si arresti nel momento in cui l’esposizione cessa.<br />
L’immagine negativa viene rifotografata e diventa positiva.</p>
<ul>
<li><strong>2a  fase &#8211; John Frederick William Herschel e il tiosolfato</strong></li>
</ul>
<p>Osservazione della proprietà dell’iposolfito di sodio (tiosolfato) di sciogliere i sali d’argento e quindi di interromperne l’annerimento. E’ la scoperta del fissaggio.</p>
<ul>
<li><strong>3a fase &#8211; l’acido gallico</strong></li>
</ul>
<p>Talbot si accorge che l’immagine diventa visibile in tempi brevi se trattata con acido gallico. E’ la scoperta, favorita dagli esperimenti di Herschel e di Reade, dell’azione di un bagno rivelatore.</p>
<ul>
<li><strong>4a fase – copia positiva per contatto</strong></li>
</ul>
<p>Rendendo trasparente il negativo su carta mediante l’applicazione di una sostanza untuosa, si rende l’immagine più facilmente stampabile per contatto su un altro foglio di carta sensibilizzata, producendo una copia positiva.</p>
<p>Subito dopo aver brevettato il suo metodo, Talbot inizia a sfruttarlo commercialmente, rilasciando licenze per la produzione di calotipi con costi differenziati per professionisti e per amatori.</p>
<p>Nel 1842, in virtù della scoperta, riceve la Rumford Medal dalla Royal Society inglese.</p>
<p>Nel 1843 apre un proprio studio fotografico a Londra e dall’anno successivo dà inizio alla pubblicazione di “<strong><em>The Pencil of Nature</em></strong>”, il primo testo a stampa su cui trovano posto delle fotografie, composto da una serie di successivi contributi che non solo illustrano in dettaglio la sua scoperta, ma introducono i primi elementi di riflessione sul significato e sulle possibilità di questo nuovo mezzo di espressione.</p>
<div id="attachment_217" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="single" href="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/10/3.jpg"><img class="size-medium wp-image-217 " title="3" src="http://www.storiadellafotografia.it/wp-content/uploads/2009/10/3-300x224.jpg" alt="William Henry Fox Talbot. Il pagliaio, stampa su carta salata da calotipo negativo, 1844. Da The Pencil of Nature, Tav. X" width="300" height="224" /></a><p class="wp-caption-text">William Henry <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fox-talbot/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Fox Talbot">Fox Talbot</a>. Il pagliaio, stampa su carta salata da <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/calotipo/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con calotipo">calotipo</a> negativo, 1844. Da The Pencil of Nature, Tav. X</p></div>
<p>Su ogni copia sono applicate in originale le immagini calotipiche positive stampate dai suoi negativi.</p>
<p>Al contrario del <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/dagherrotipo/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con dagherrotipo">dagherrotipo</a>, che continuerà ad essere prodotto come immagine positiva diretta ed unica senza subire alcuna evoluzione (ed infatti in breve si estinguerà), il <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/calotipo/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con calotipo">calotipo</a> di Talbot appare suscettibile di continui miglioramenti.</p>
<p>Saranno messi a punto di lì a breve altri due procedimenti positivi diretti, l’<a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/ambrotipo/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con ambrotipo">ambrotipo</a> e il ferrotipo, ma sarà il procedimento negativo/positivo, per stampa o per inversione dei toni, ad essere da quel momento alla base della tecnica fotografica.<br />
Verrà superato, come già si è detto, soltanto dall’avvento della <a href="http://www.storiadellafotografia.it/tag/fotografia/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con fotografia">fotografia</a> digitale.<br />
Cambieranno i supporti (carta, vetro, pellicola), si evolveranno le composizioni chimiche delle emulsioni d’argento fotosensibili e le loro risposte all’azione della luce (foto a colori), saranno di conseguenza modificati i trattamenti rivelatori e i fissaggi, ma il principio rimarrà sostanzialmente il medesimo.</p>
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