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La fanciulla di Corinto


Felice Giani, La fanciulla di Corinto (fine XVIII-inizio XIX sec.)

Felice Giani, La fanciulla di Corinto (fine XVIII-inizio XIX sec.)

La rappresentazione artistica è anche una forte “necessità di presenza”.

Si afferma come un artificio col quale possiamo trattenere e anche possedere qualcosa, ma in special modo qualcuno, al di là dei limiti di spazio e di tempo, perché fissa un’immagine che rimarrà tale anche quando il soggetto ritratto sarà in un altro luogo, oppure invecchiato, mutato o scomparso per sempre.

Leon Battista Alberti, architetto, scrittore, matematico, filosofo, musicista, una delle figure più autorevoli e poliedriche del Rinascimento, nel 1436 afferma (De Pictura, Libro II) che “Tiene in sé la pittura forza divina non solo quanto si dice dell’amicizia, quale fa gli uomini assenti essere presenti, ma più i morti dopo molti secoli essere quasi vivi ….”.

Nella tradizione classica la rappresentazione di un’immagine ha origine in quel mito comunemente definito della “fanciulla di Corinto”.

In un millennio imprecisato vive in questa città greca una ragazza, innamorata perdutamente di un giovane: ma improvvisamente la loro felicità viene turbata perché il ragazzo deve allontanarsi per qualche tempo e lei non riesce a farsi una ragione di questa assenza.

Come si dice, …partire è un po’ morire.

Nemmeno il padre, che si chiama Butade e di mestiere fa il vasaio, riesce a consolarla e a far cessare il suo continuo pianto, tanto che concede ai due giovani di passare insieme la notte che precede la partenza.

La ragazza non riesce ad addormentarsi e si accorge che alla luce di una lanterna il profilo del suo uomo dormiente si proietta sul muro: prende allora uno dei pennelli che il padre usa per decorare i vasi e disegna sulla parete il profilo dell’amato.

Il seguito del racconto lo prendiamo da un testo di Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XXXV, 15 e 151) che narra come “…il vasaio Butade Sicionio scoprì per primo l’arte di modellare i ritratti in argilla; ciò avveniva a Corinto ed egli dovette la sua invenzione a sua figlia, innamorata di un giovane.

Poiché quest’ultimo doveva partire per l’estero, essa tratteggiò con una linea l’ombra del suo volto proiettata sul muro dal lume di una lanterna; su quelle linee il padre impresse l’argilla riproducendone il volto; fattolo seccare con il resto del suo vasellame lo mise a cuocere in forno”.

Nello spazio di una notte sarebbero quindi nate la pittura e la scultura.

Nate dall’amore, di una donna per un uomo, di un padre per la figlia.

E’ un mito che poggia su sentimenti legati a storie di luci, di ombre, di riflessi proiettati, di apparenze evanescenti, di sembianze effimere, che la mano (o l’amore?) di una ragazza riesce a catturare quanto basta perché possano essere rese stabili e trasposte in un’immagine che va oltre lo spazio e il tempo.

Che altro è la fotografia?

Tags: immagine, Leon Battista Alberti

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