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La visione stereoscopica


Il frontespizio del volume di François de Aguilón

Il frontespizio del volume di

La consiste essenzialmente nella percezione della profondità e quindi della tridimensionalità degli oggetti visualizzati.

Pare che il primo ad occuparsi di visione tridimensionale sia stato il filosofo e matematico greco Euclide e molti secoli più tardi realizza esperimenti in tal senso ; tra il XVI e il XVII secolo è oggetto di interesse sia da parte di studiosi quali il filosofo – alchimista Giovanni Battista Della Porta (che si occupa anche ripetutamente del fenomeno della camera oscura) o pittori come Jacopo Chimenti, detto l’Empoli.

Il termine “stereoscopico” si deve però al gesuita belga François de Aguilón, che nel dà alle stampe il volume “Francisci Aguiloni e Societate Iesu Opticorum libri sex: philosophis iuxta ac mathematicis utiles”: nel libro sesto di tale opera un capitolo è dedicato tra l’altro a “De stereographice altero proiectionis genere ex oculi contactu”.

Ciò che ci consente di vedere in tre dimensioni è la visione binoculare, dal momento che i nostri occhi vedono la realtà da due posizioni differenti: ogni occhio registra un’immagine da una propria angolazione e ciò che vediamo è il risultato della sovrapposizione di queste due visioni operata dal cervello secondo un meccanismo che ancora non è stato del tutto chiarito.

La sovrapposizione delle immagini consente al cervello di valutare la distanza dell’oggetto visualizzato, che è la stessa per entrambi gli occhi soltanto se l’oggetto è un piano (lo schermo televisivo, per esempio).

L’oggetto viene quindi percepito come vicino o lontano (e di conseguenza in tre dimensioni) in funzione dello scostamento a destra o a sinistra dal punto di collimazione degli assi interottici: gli occhi si trovano infatti ad una distanza di circa 6 cm uno dall’altro.

Una foto stereoscopica (1860 circa)

Una foto stereoscopica (1860 circa)

Per ottenere la visione tridimensionale di un’immagine che si trova su un piano, come nel caso della fotografia, bisogna quindi riprodurre artificialmente la visione binoculare e ciò che si crea è l’illusione della tridimensionalità.

Per fare ciò è necessario disporre di due fotografie dello stesso soggetto, riprese nello stesso momento dalla stessa distanza ma da due angolazioni differenti.

Bisogna quindi disporre di una fotocamera dotata di due obiettivi che si trovano a circa 6 cm l’uno dall’altro: tale doppia fotografia dovrà poi essere osservata con un visore apposito, che consenta agli occhi di inviare al cervello due immagini che quest’ultimo sovrappone facendo vedere una sola fotografia tridimensionale.

I primi tentativi di ricreare la visione stereoscopica precedono quindi di molto la scoperta della fotografia e vengono effettuati con disegni appositamente realizzati.

Colui che per primo ottiene tangibili risultati in tal senso è il fisico inglese sir nel 1832.

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